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Se
l’immensità del mare è disarmante vista da terra, in mezzo al mare
appare ancor più disarmante. Il primo problema che ci si pone nello
spinning dalla barca è dove andare a cercare i pesci. Se nello spinning da
terra possiamo riconoscere movimenti d’acqua, variazioni morfologiche,
etc. e provare a lanciare i nostri artificiali lì in mezzo, quando
siamo circondati dal mare a 365° gradi tutto sembra essere più complicato:
spesso avviene, infatti, che i tratti di mare più pescosi si trovino al
largo, a diverse miglia dalla costa e, come vedremo meglio in seguito,
queste zone sono solitamente le aree di
separazione tra le correnti costiere e quelle di mare aperto. Non voglio
entrare nel merito dell’attrezzatura nautica o della qualità dell’imbarcazione
da usare poiché ritengo che chiunque conosca bene il mare lo affronti
consapevole dei limiti della propria imbarcazione e con tutte le dotazione
di sicurezza previste; di sicuro, però, uno strumento che non dovrebbe mai
mancare è l’ecoscandaglio ed in commercio si trovano a partire da prezzi
alla portata di tutti. L’ecoscandaglio è indispensabile nell’aiutarci
ad individuare i branchi di pesce, in particolare in quei momenti in cui
abbiamo trovato un punto di passaggio dei pelagici, ma dove le condizioni
meteomarine portano il branco a stazionare un poco in profondità. Iniziando
la nostra ricerca per mare, se
non disponiamo di informazioni certe sulla presenza di branchi (solitamente
informazioni fornite da altri pescatori) dovremo rivolgere la nostra
attenzione all'interpretazione delle carte nautiche; teniamo presente che la
fascia di mare interessata alla nostra ricerca può variare da uno a venti
miglia marine e nell’osservazione delle carte nautiche la nostra
attenzione dovrà essere rivolta a quei fondali che nell'arco di poche
centinaia di di metri scendono improvvisamente da, per esempio, -
50 metri a - 200 metri, o più al largo da - 100 a - 500 metri di
profondità. Un altro luogo sul quale rivolgere le nostre attenzioni è
rappresentato dai canaloni, veri e propri canyon sottomarini che si
sviluppano in lunghezza per diverse miglia, attraversando spesso secche o
isolotti. Ovviamente la presenza di salti batimetrici e canyon sottomarini non
basta a darci la sicurezza di aver trovato un passo di pelagici, ma
quantomeno rappresentano un’area da cui poter iniziare la nostra ricerca.
Teniamo presente che in concomitanza con
l'arrivo della stagione calda medio e alto Mediterraneo diventa un percorso
alimentare e riproduttivo di di
numerose specie pelagiche interessanti per lo spinning, quali palamite,
tonnetti alletterati, lecce, sugarelli, sgombri, lanzardi e solo per citarne
alcune. La ricerca di temperature adatte alla riproduzione e l'abbondanza di
cibo dovuto alla presenza contestuale di grandi banchi di pesce foraggio,
soprattutto sardine, sono alla base di questo fenomeno conosciuto e
documentato fin dall’antichità. In questi ultimi anni, inoltre, abbiamo
assistito ad una mutazione climatica delle nostre acque che gli studiosi
chiamano "tropicalizzazione" ed è una conseguenza diretta del
surriscaldamento terrestre;
per
quanto riguarda le acque Mediterranee, negli ultimi venti anni, vi è stato
un aumento medio della temperatura delle acque profonde, cioè quelle non
soggette alle variazioni climatiche, nell'ordine di 0,5 gradi centigradi. La
tropicalizzazione del Mediterraneo ha già avuto l’effetto immediato di
aumentare di molto la presenza di alcune specie prima presenti in numero
limitato: barracuda (Sphyraena Viridensis da non confondere con la Sphyraena
Sphyraena, cioè il luccio di mare), pesci serra, aguglie imperiali e
lampughe vengono segnalate ormai quasi ovunque nel centro-sud d’Italia;
alcune specie come le lampughe sono state segnalate persino al largo delle
foci del Po. Se il fenomeno dovesse progressivamente aumentare ci troveremo
di fronte ad un cambiamento dell’ecosistema marino che porterebbe
sicuramente la presenza di nuove specie a danno di quelle autoctone. E’
anche possibile, però, che ci si trovi di fronte ad un’oscillazione
ciclica della temperatura delle acque legata a fattori climatici, la
qualcosa si è verificata spesso sul nostro pianeta.
I branchi
di pesce foraggio e quindi quelli dei pesci pelagici seguono una migrazione
che rappresenta una vera e propria rotta alimentare; i flussi delle correnti costiere, generati da un insieme di variabili
combinate fra loro quali forza di rotazione terrestre (forza di Coriolis),
profondità marina, attrito con il fondo del mare, gradienti di pressione,
stratificazione di temperature e livello di salinità, creano quelle
correnti marine che risalgono dalle profondità del mare e si incontrano con le acque del
sottocosta, generalmente più calde e con un livello di salinità molto più
basso. Questi punti di incontro, acque profonde, fredde e salate con acque
superficiali, calde e poco salate, rappresentano spesso le rotte del pesce
foraggio e, pertanto, sono questi i luoghi lungo i quali cercare i pelagici.
Quando siamo per mare alla ricerca dei branchi di pesce un involontario ed
efficientissimo alleato è il gabbiano; la sua presenza a galla o in
volo,
concentrata in stormi più o meno numerosi, è sicuramente un indicatore
positivo e sta ad indicare che sta per accadere qualcosa o quel qualcosa è
appena successo. I gabbiani, infatti, spesso stazionano in un’area
di passaggio dei pelagici sia prima della cosiddetta mangianza, in attesa
che essa si verifichi, sia dopo che la stessa si è verificata. Con il
termine mangianza indichiamo il momento in cui il branco di pesce foraggio, ad esempio sardine, viene spinto verso la
superficie dal branco dei pelagici e si trova attaccato anche dai gabbiani.
Nel caso in cui tutto questo sta accadendo vedremo i gabbiani volare in
circolo e tuffarsi continuamente in mezzo al "ribollire"
dell’acqua; la mangianza attiva su un punto può durare da pochi minuti a
diverse ore; è probabile che, nel caso in cui duri poco, si ripresenti in
breve su un punto poco distante: saranno sempre i gabbiani a darcene
l'esatta localizzazione. Le
mangianze di questo tipo sono il più delle volte caratterizzate dalla
presenza di tunnidi e sgomberomoridi quali tombarelli, allunghe, alletterati
o palamite, sebbene in mezzo ci
si possa trovare di tutto, perfino tonni rossi di dimensioni sostenute. Nella
ricerca dei branchi di pelagici un discorso a parte può essere fatto in
merito alla lampuga; meno evidente da identificare su mangianze attive la
lampuga è un predatore pelagico di branco che possiamo trovare spesso in
prossimità di boe di segnalazione o relitti galleggianti come anche tronchi
d’albero, cassette di legno, etc.; sarà proprio navigando intorno a
questi oggetti galleggianti che dovremo cercare di avvistare i branchi,
facilmente riconoscibili per la bellezza delle sfumature di colore che vanno
dal giallo oro al verde-blu. Una costante che ho avuto modo di osservare
relativa alle lampughe è la loro tendenza a nuotare in superficie con la
presenza del sole, mentre le nuvole le fanno stazionare più in profondità;
ovviamente ciò non ha la presunzione di voler essere una regola ferrea e di
sicuro altrove i fatti possono anche smentirla. In assenza di boe di
segnalazione e/o relitti galleggianti è anche possibile costruire
artificialmente un ombreggiatore; le lampughe, ma anche molti altri pesci
pelagici, hanno l’abitudine di nascondersi sotto il cono d’ombra
generato da questi oggetti per sferrare gli attacchi sul pesce di passaggio.
Una tradizione secolare nella pesca alla lampuga prevede l’uso di
ombreggiatori costruiti con l’ausilio di foglie di palma ed ancorati ad
una piccola boa; le foglie di palma, oltre a creare la proiezione dell’ombra,
avrebbero la particolarità di emettere delle vibrazioni particolarmente
attiranti.
La forza e la potenza che un pesce pelagico
può esprimere nella fuga non ha confronti con nessuna preda di pari peso
del sottocosta; un banalissimo sugarello da 400 grammi combatte più
“dignitosamente” di
una spigola da 2 kg.; giusto per avere un’idea sulla base di un esempio
concreto immaginate che una spigola di 5,5 kg., allamata con una canna da
10/12 libbre e montata
con una lenza dello 0,22 è riuscita a portar via 7 o 8
metri di lenza da un mulinello tarato su 1/3 del carico di rottura.
Stessa canna, stessa lenza e stessa taratura, ma questa volta con una
lampuga di 3 chilogrammi: il risultato è stato una prima fuga di 40 metri
in superficie ed una seconda, da sotto la barca, di 20 metri in
profondità.
Alalunghe,
palamite ed alletterati variano solitamente dai 2 ai 5 kg., sebbene gli
alletterati del Mediterraneo possano arrivare facilmente ai 6 o 7 kg. e
anche la loro difesa, una volta allamati, è potente e vigorosa e
solitamente tende ad andare in profondità. Nel caso di branchi di tunnidi o
sgomberomoridi su una mangianza in svolgimento abbiamo possibilità di
trovare anche esemplari di mole superiore alla media; diventa, pertanto,
necessario andare su attrezzature medio-pesanti, con almeno 200 metri di
lenza da 20/30 libbre e frizione tarata su 1/3 del carico di rottura. Se si
decide di usare lenze più leggere (da 12 a 15 lb.) è consigliabile l'uso
di un terminale di diametro superiore lungo 4 o 5 metri o un raddoppio di
lenza di pari lunghezza o quantomeno entrambi di una lunghezza sufficiente a
poter guadinare il pesce avendo il terminale o la doppiatura già ben
avvolta nel mulinello. Sebbene sia il terminale che il raddoppio vadano a
penalizzare la distanza di lancio, raramente sarà necessario coprire
distanze superiori ai 20/25 metri; una volta identificato il branco,
infatti, cercheremo di posizionare la barca di lato rispetto alla mangianza,
ad una distanza di una dozzina di metri e possibilmente a favore di vento
per il lancio. Evitate di attraversarla con la barca perché nella maggior
parte dei casi si riuscirà solo ad abbreviarne la durata. I lanci dovranno
essere effettuati sui bordi della mangianza ed il recupero sarà veloce: non
dimentichiamoci che lì sotto il pesce è in frenesia alimentare e in questi
casi anche la velocità di fuga diventa un elemento scatenante.
Per quanto riguarda le lampughe, invece, solitamente il branco
è molto omogeneo con
individui di peso simile ma suddivisi
in diversi gruppi, composti da una decina di esemplari, spesso molto
distanziati tra di loro. Quando avete avvistato il gruppo effettuate subito
dei lanci verso il luogo dell’avvistamento perché le lampughe sono in
continuo movimento; imparate a lanciare senza perdere di vista i pesci e
quindi evitando di girare lo sguardo verso l’archetto. Spesso dopo essersi
girati verso il mulinello per prepararsi al lancio non si è più in grado
di localizzare i pesci.
Tenete
presente che in questo caso la pesca è a vista, ne più ne meno di quella
tropicale per cui vi saranno estremamente utili un paio di occhiali con le
lenti polarizzate ed un cappellino con visiera, preferibilmente scuro per
evitare fastidiose rifrazioni. Dopo aver lanciato verso il gruppo di
lampughe conviene effettuare un richiamo veloce; molto spesso accade che 3 o
4 individui seguano l’artificiale e solo il più intraprendente
sferrerà l’attacco decisivo; se avete la fortuna di trovarle in caccia
superficiale avrete uno spettacolo degno del miglior scenario caraibico, con
inseguimenti multipli sul popper e attacchi con la schiena fuori dall’acqua.
La difesa della lampuga è spettacolare, con incredibili salti fuori dall’acqua
e veloci fughe laterali. Per quanto riguarda le attrezzature, in
considerazione della omogeneità della taglia degli individui, possiamo
abbassare il libraggio della canna; solitamente se gli individui sono di 3 o
4 chilogrammi è molto probabile che l’intero branco sia di quella taglia
per cui, in questo caso, possiamo scendere fino all’uso di canne da 10
libbre. Sconsiglio di scendere oltre per evitare un combattimento prolungato
che rischierebbe solo di danneggiare irrimediabilmente la salute del pesce e
la possibilità del suo rilascio.
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