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Il barracuda mediterraneo.

di Claudio Saba

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catturai il mio prima barracuda all'inizio dell'estate del 1990, pescando a spinning nelle acque di Villasimius, con un Rapala Magnum testa rossa. Pesava poco più di mezzo chilo e mi sorprese, oltre alla singolarità della cattura, anche la sua combattività, sfoderando un repertorio degno di pesci più blasonati, con capriole, salti e fughe laterali, inconsueti in una preda di mole così ridotta. Su entrambi gli aspetti (rarità e combattività) avrei avuto modo di ricredermi abbondantemente. Ne catturai altri due alla fine dell'estate, di poco superiori al chilo, uno a traina e un altro a spinning, e nello stesso periodo cominciavo a sentire notizie sempre più frequenti di catture o avvistamenti da parte di subacquei o trainisti.
Venivano chiamati da tutti, senza eccezione, "lucci di mare", convinti che si trattasse della "Sphyraena sphyraena", unico sfirenide finora riscontrato nelle acque mediterranee e talvolta, ma raramente, pescato a traina anche nelle acque sarde.
A quei tempi non avevo alcun dubbio sulla loro classificazione, benchè avessi notato che, rispetto ai disegni e foto del luccio di mare riportati nei testi di biologia marina e di pesca,  questi predatori mostravano le caratteristiche bande scure verticali sui fianchi, esattamente come i più noti cugini tropicali, e anche la colorazione generale appariva leggermente diversa. Trovai la spiegazione in una rivista di pesca di quel periodo: la bande scure comparivano solo negli esemplari adulti, mentre nello stadio giovanile non erano ancora evidenti. Ad onor del vero qualche esperto pescatore che aveva avuto la fortuna di pescare il vero luccio marino sosteneva che si potesse trattare di due specie differenti, o addirittura che le prede catturate negli ultimi tempi altro non fossero che barracuda tropicali penetrati nel mediterraneo attraverso il canale di Suez o lo stretto di Gibilterra ed ambientatisi nelle nostre acque. A quest'ultima ipotesi non prestati troppa attenzione, anche perchè la dentatura della "Sphyraena barracuda", con pochi denti e di forma conica, era piuttosto differente da quella del "nostro" barracuda, che  presentava invece denti più numerosi, sottili e ricurvi.
La convinzione che si trattasse della "Sphyraena sphyraena" era confortata dalle principali riviste di pesca nelle quali sono state spesso pubblicate foto del barracuda mediterraneo indicandolo come "luccio di mare", e dagli stessi pescatori professionisti, che catturano questa specie con una certa frequenza,  lo chiamano "luzzu de mari". Così per molto tempo continuai a chiamarlo con questo termine fino a quando, qualche anno fa, durante una immersione estiva ebbi modo di osservare un branchetto di minuscoli barracuda, non più lunghi di 10 cm,  che presentavano in maniera inequivocabile le tipiche bande verticali e non si trattava certamente di esemplari adulti! Quindi la storia delle bande che compaiono ad una certa età era una bufala, ed ebbi poco tempo dopo la conferma osservando per la prima volta alcuni autentici lucci di mare adulti (pesavano non meno di un chilo e mezzo), questa volta non in acqua ma al mercato del pesce: niente bande verticali, naturalmente. Era evidente che si trattava di due specie differenti. Dopo varie ricerche, mi misi in contatto con il Prof. Giandomenico Ardizzone del Dipartimento di Zoologia dell'Università "La Sapienza" di Roma, che studiava gli effetti della tropicalizzazione del Mediterraneo, e gli mandai alcune foto dei barracuda da me catturati chiedendo conferma dei miei dubbi. L'esimio professore mi confermò che non si trattava della "Sphyraena sphyraena", ma della "Sphyraena viridensis", specie in continua diffusione nelle acque del Mediterraneo. Chiarita la questione, almeno per conto mio, ho cercato di dare maggiore diffusione possibile alla notizia (finalmente anche su Pesca in Mare, nel numero di giugno 2001, è apparsa una precisazione in merito su segnalazione del sottoscritto), mentre già altri pescatori e giornalisti del settore avevano cominciato ad utilizzare il termine "barracuda mediterraneo" e ad abbandonare quello di "luccio marino" (che continua comunque a comparire qua e là nelle riviste di pesca).
Fatta questa lunga premessa sulla identità del barracuda nostrano, sulla quale peraltro alcuni esperti nutrono ancora qualche dubbio, mi preme sottolineare l'importanza che questo sfirenide ha avuto negli ultimi dieci anni per lo spinning nelle nostre acque. Dai primi anni 90 questa specie ha aumentato la sua diffusione nel Mediterraneo ed in alcune zone della Sardegna è diventata la specie più frequente nella pesca a spinning. Credo che senza il nostro barracuda molti degli spinner che conosco avrebbero cambiato tecnica già da un pò; l'altro lato della medaglia è che la sua presenza e la relativa facilità di cattura hanno spinto molti lanciatori a privilegiare la ricerca di questo predatore trascurando spesso la più incostante e lunatica spigola.  In alcuni casi le due specie dividono gli stessi territori di caccia (mi è capitato con una certa frequenza di catturare le due specie a pochi minuti di distanza), ma indubbiamente la spigola ama acque più basse rispetto al barracuda, quindi la ricerca specifica dei due predatori avviene in zone diverse. Questo spiega perchè alcuni spinner della mia zona, che ricercano prevalentemente la spigola, non hanno mai catturato un barracuda, mentre altri spinner che invece si sono "viziati" catturando gli sfirenidi si lamentano della "scomparsa" delle spigole. Bisogna però riconoscere che nelle zone e nei periodi di coabitazione delle due specie, l'aggressività del barracuda ha indubbiamente ridotto la presenza della "regina".
Relativamente alle coste italiane, il barracuda mediterraneo ha la sua massima diffusione nelle acque della Sardegna, ma si hanno notizie di sue catture in molte altre zone dello stivale e in Sicilia, anche se le dimensioni degli esemplari catturati sono decisamente inferiori e la loro cattura è ancora sporadica. L'incontro del barracuda nelle coste dello stivale è considerato ancora una rarità e quindi questa specie non può essere oggetto di una pesca specifica, mentre in molte zone della Sardegna andare a spinning in primavera e autunno dalla scogliera significa spesso "andare a barracuda". Peraltro, anche nella nostra isola l'incontro con questo predatore è riservato quasi esclusivamente a spinner, trainisti e subacquei, essendo piuttosto rare le catture effettuate con altre tecniche di pesca.
Il barracuda mediterraneo ha il corpo allungato con il dorso bruno scuro che sfuma sul blu sui fianchi argentei, mentre il ventre è biancastro. Sui fianchi compaiono le caratteristiche bande più scure; la testa è allungata con la mandibola più lunga della mascella, i denti sottili e acuminati, leggermente ricurvi, adatti ad afferrare e trattenere la preda. Può raggiungere la lunghezza di 1,30 mt e il peso di 10-12 Kg, ma il peso medio nelle acque sarde è compreso tra 1 e 3 Kg.
La sua dieta è composta prevalentemente di altri pesci, più raramente molluschi. La deposizione delle uova avviene a fine primavera o inizio dell'estate. La "Sphyraena viridensis" si avvicina e si trattiene in prossimità della costa, ed è quindi insidiabile a spinning, in due periodi dell'anno: in primavera, quando la temperatura delle acque comincia ad aumentare e a fine estate-autunno, quando la ressa estiva lascia spazio e tranquillità ai pinnuti. In luoghi isolati e poco frequentati dai vacanzieri, ormai sempre più rari, la sua cattura può avvenire anche nei mesi caldi. La sua presenza sottocosta nel periodo invernale è subordinata alla temperatura delle acque e quindi all'andamento della stagione autunnale; nelle annate più calde sono stati catturati anche a gennaio, ma normalmente a Natale sono già scomparsi, almeno nelle coste sarde.
È un predatore tipicamente superficiale, ma mi è capitato di catturarlo trainando a dentici, quindi anche a discrete profondità. Ho avuto modo in diverse occasioni di verificare la sua aggressività, ma il fatto più singolare mi è capitato qualche anno fa, durante una battuta  a spinning, nelle ultime fasi di recupero di un barracuda; mentre recuperavo la preda ormai sfinita, avvertii un colpo secco sulla canna, come se il pesce avesse dato un improvvisa testata, poi vidi accanto al pesce allamato un altro barracuda che lo affiancava. Quando salpai la preda mi accorsi che sui fianchi era ben evidente una traccia sanguinolenta con il segno dei denti del compagno.
La sua aggressività lo porta ad attaccare volentieri le esche artificiali, in particolare hanno dato ottimi risultati i minnow ed i popper anche di buone dimensioni, mentre i cucchiaini sono risultati decisamente meno catturanti. A causa della sua dentatura è consigliabile l'utilizzo di esche in materiale plastico o in legno duro; i classici minnow in balsa possono essere seriamente danneggiati dai morsi di questo predone. Per le colorazioni sono stati ottenuti ottimi risultati sia con le classiche colorazioni naturali (mugginetto, acciuga, sgombro) che di fantasia. Personalmente ho potuto riscontrate una certa preferenza, da parte degli esemplari più grossi, per lo sgombro. Talvolta, però, sono risultate vincenti le colorazioni più improbabili. Non si hanno esperienze con i jigs, ma questa primavera ho seriamente intenzione di testarli sui barracuda locali (indovinate chi mi ha convinto?). Come altri predatori, il barracuda mediterraneo ama cacciare nella schiuma, quindi la situazione più favorevole è la classica scaduta, durante la quale questa specie aumenta notevolmente la sua irruenza e perde la già scarsa sospettosità.  Molto valide anche le situazioni di cielo cupo e bassa pressione.
Ottime catture sono state peraltro effettuate anche con mare perfettamente calmo e sole splendente, ma le probabilità di incontro in queste condizioni diminuiscono nettamente.  Non esistono orari  particolari per la sua cattura, ma nelle condizioni meteomarine meno favorevoli vale la solita regola di privilegiare alba e tramonto.  Essendo un pesce gregario (solo gli esemplari veramente grossi sono solitari) sono possibili attacchi multipli nel giro di pochi minuti. Le zone da battere per insidiare questo predatore sono le scogliere caratterizzate da fondali profondi e buone correnti, in particolare le punte rocciose, ma spesso lo si trova in acque più basse su fondali misti. Ogni scogliera ha in genere alcuni punti preferiti dal nostro predone, per individuare i quali (a parte eventuali dritte di altri pescatori) è senz'altro consigliabile, almeno le prime volte, battere in lungo e in largo la zona, privilegiando e insistendo un po di più sulle punte.  Dopo aver trovato gli spot migliori, nelle successive battute dovremo concentrare i nostri tentativi su questi trascurando decisamente le zone meno produttive. Forse è l'unica specie per la quale mi sento di consigliare una pesca più statica, nel senso che una volta individuati i punti più frequentati dai barracuda può essere produttivo ostinarsi con i lanci anche per diverso tempo, senza la necessità di spostarsi in continuazione lungo la scogliera. Questo vale ovviamente solo se si insidiano specificatamente i barracuda. Con mare mosso o scaduta non è necessario operare lanci lunghi, considerato che i barracuda cacciano preferibilmente nella risacca, quindi consiglio decisamente i minnow, che nella schiuma si trovano maggiormente a proprio agio. In condizioni di mare poco mosso o calmo, gli sfirenidi possono stazionare o cacciare ad una maggiore distanza, sono raccomandabili quindi i popper di buon peso i quali, oltre a consentire lanci più lunghi, sono senz'altro più adatti a queste situazioni; tra l'altro, il loro tipico nuoto irregolare e chiassoso può contribuire ad eccitare i barracuda. Il recupero dell'artificiale può essere regolare e costante nella schiuma, mentre con acque più calme risulta più catturante un recupero con variazioni di velocità e direzione.
In molti articoli su questo predatore ho trovato la raccomandazione di utilizzare un terminale di acciaio o cavetto a causa della dentatura di questi pesci; in realtà il problema non sussiste nel momento in cui si utilizzano pesci finti di discrete dimensioni, il pesce infatti non riesce ad ingoiare completamente l'artificiale quindi la sua dentatura non viene a contatto diretto con la lenza. Inoltre, la dentatura del barracuda mediterraneo non dovrebbe creare seri problemi al nylon, i denti sono infatti relativamente distanti tra loro e difficilmente riescono a tagliare il filo (le dentature pericolose per la lenza sono quelle con denti piccoli, ravvicinati e taglienti come quelle del pesce serra o della palamita).
L'attacco e successivo combattimento del barracuda non sono sempre uguali; ho avuto modo di constatare alcuni comportamenti molto differenti tra loro. Il più delle volte l'attacco è violento ed è spesso seguito da testate, capriole e talvolta anche salti nel tentativo di liberarsi delle ancorette, cui segue la fuga verso il fondo se il pesce non è riuscito a slamarsi (spesso le testate del pesce hanno come effetto di agganciare l'altra ancoretta da qualche parte del muso). In altri casi si può avere una abboccata più morbida (probabilmente nei casi in cui il predatore, dopo l'attacco all'artificiale, continua per qualche istante la corsa verso il pescatore) seguita dall'immediata fuga. Altre volte mi è capitato, anche con grossi esemplari, che il barracuda si sia fatto trascinare passivamente verso riva agitando la testa fuori dall'acqua, per poi scatenare le sue energie solo quand'era a portata di raffio. La bocca ed il palato del barracuda hanno una consistenza molto dura e questo giustifica l'elevata percentuale di slamature nella prima fase del combattimento, ma se l'ancoretta penetra a fondo è quasi impossibile che si slami accidentalmente. Ve ne accorgerete al momento di slamare il pesce! La combattività del barracuda non è molto elevata, anzi generalmente è scarsina, paragonabile a quella della spigola, ma in una piccola percentuale di esemplari allamati ho potuto riscontrare una resistenza veramente inconsueta. Mi è capitato di salpare esemplari vicini ai quattro chili senza quasi utilizzare la frizione, mentre prede di poco più di un chilo mi hanno divertito per diversi minuti. Una volta ho combattuto per oltre un quarto d'ora con un pesce , pensando si trattasse di una ricciola o similare, e quando lo avvicinai a pochi metri da riva rimasi di stucco vedendo che si trattava di un barracuda che stimai non molto superiore a tre chili e ancora più sorpreso quando, ormai a portata di ...mano (non avevo raffio), mi sbobinò un'altra ventina di metri di nylon e si infilò in mezzo a due rocce rompendo la lenza. Non ho mai capito questa differenza di combattività in esemplari della stessa specie (cosa che non ho riscontrato nella spigola, ad esempio); posso solo affermare che certamente gli esemplari piccoli sono proporzionalmente più combattivi di quelli grossi. Per salpare i barracuda è decisamente consigliabile il raffio, mentre l'uso del guadino non è molto agevole, considerata la forma allungata di questo pesce (un esemplare di 3 Kg. arriva al metro di lunghezza) . L'unica volta che mi è capitato casualmente di salpare uno sfirenide con il guadino si è creato un tale "ingarbuglio" tra retina, ancorette e dentatura del pesce che ho dovuto portare a casa la preda così com'era!
Voglio concludere con una raccomandazione. Nelle zone adatte e nelle giornate ideali, considerata l'aggressività e la gregarietà del barracuda, è possibile fare vere e proprie stragi di questi pesci; non abusate di queste situazioni, pescare uno o due esemplari in una battuta può essere sufficiente a premiare la giornata di pesca. Per chi invece volesse praticare il "catch & release", raccomando senz'altro l'uso di ami singoli, considerata la difficoltà di slamare le ancorette dalla bocca di questo predatore.            

 Claudio Saba