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Catturai il mio prima barracuda all'inizio dell'estate
del 1990, pescando a spinning nelle acque di Villasimius, con un Rapala
Magnum testa rossa. Pesava poco più di mezzo chilo e mi sorprese, oltre alla
singolarità della cattura, anche la sua combattività, sfoderando un
repertorio degno di pesci più blasonati, con capriole, salti e fughe
laterali, inconsueti in una preda di mole così ridotta. Su entrambi gli
aspetti (rarità e combattività) avrei avuto modo di ricredermi
abbondantemente. Ne catturai altri due alla fine dell'estate, di poco
superiori al chilo, uno a traina e un altro a spinning, e nello stesso
periodo cominciavo a sentire notizie sempre più frequenti di catture o
avvistamenti da parte di subacquei o trainisti.
Venivano chiamati da tutti, senza eccezione, "lucci di mare",
convinti che si trattasse della "Sphyraena sphyraena", unico
sfirenide finora riscontrato nelle acque mediterranee e talvolta, ma
raramente, pescato a traina anche nelle acque sarde.
A quei tempi non avevo alcun dubbio sulla loro classificazione, benchè
avessi notato che, rispetto ai disegni e foto del luccio di mare riportati
nei testi di biologia marina e di pesca,
questi predatori mostravano le caratteristiche bande scure verticali
sui fianchi, esattamente come i più noti cugini tropicali, e anche la
colorazione generale appariva leggermente diversa. Trovai la spiegazione in
una rivista di pesca di quel periodo: la bande scure comparivano solo negli
esemplari adulti, mentre nello stadio giovanile non erano ancora evidenti. Ad
onor del vero qualche esperto pescatore che aveva avuto la fortuna di pescare
il vero luccio marino sosteneva che si potesse trattare di due specie
differenti, o addirittura che le prede catturate negli ultimi tempi altro non
fossero che barracuda tropicali penetrati nel mediterraneo attraverso il
canale di Suez o lo stretto di Gibilterra ed ambientatisi nelle nostre acque.
A quest'ultima ipotesi non prestati troppa attenzione, anche perchè la
dentatura della "Sphyraena barracuda", con pochi denti e di forma
conica, era piuttosto differente da quella del "nostro" barracuda,
che presentava invece denti più
numerosi, sottili e ricurvi. La convinzione che si trattasse della "Sphyraena
sphyraena" era confortata dalle principali riviste di pesca nelle quali
sono state spesso pubblicate foto del barracuda mediterraneo indicandolo come
"luccio di mare", e dagli stessi pescatori professionisti, che
catturano questa specie con una certa frequenza, lo chiamano "luzzu
de mari". Così per molto tempo continuai a chiamarlo con questo
termine fino a quando, qualche anno fa, durante una
immersione estiva ebbi modo di osservare un branchetto di minuscoli
barracuda, non più lunghi di 10 cm, che
presentavano in maniera inequivocabile le tipiche bande verticali e non si
trattava certamente di esemplari adulti! Quindi la storia delle bande che
compaiono ad una certa età era
una
bufala, ed ebbi poco tempo dopo la conferma osservando per la prima volta alcuni autentici lucci di mare adulti
(pesavano non meno di un chilo e mezzo), questa volta non in acqua ma al
mercato del pesce: niente bande verticali, naturalmente. Era evidente che si
trattava di due specie differenti. Dopo varie ricerche, mi misi in contatto
con il Prof. Giandomenico Ardizzone del Dipartimento di Zoologia
dell'Università "La Sapienza" di Roma, che studiava gli effetti
della tropicalizzazione del Mediterraneo, e gli mandai alcune foto dei
barracuda da me catturati chiedendo conferma dei miei dubbi. L'esimio
professore mi confermò che non si trattava della "Sphyraena sphyraena",
ma della "Sphyraena viridensis", specie in continua diffusione
nelle acque del Mediterraneo. Chiarita la questione, almeno per conto mio, ho
cercato di dare maggiore diffusione possibile alla notizia (finalmente anche
su Pesca in Mare, nel numero di giugno 2001, è apparsa una precisazione in
merito su segnalazione del sottoscritto), mentre già altri pescatori e
giornalisti del settore avevano cominciato ad utilizzare il termine
"barracuda mediterraneo" e ad abbandonare quello di "luccio
marino" (che continua comunque a comparire qua e là nelle riviste di
pesca).
Fatta questa lunga premessa sulla identità del barracuda nostrano, sulla
quale peraltro alcuni esperti nutrono ancora qualche dubbio, mi preme
sottolineare l'importanza che questo sfirenide ha avuto negli ultimi dieci
anni per lo spinning nelle nostre acque. Dai primi anni 90 questa specie ha
aumentato la sua diffusione nel Mediterraneo ed in alcune zone della Sardegna
è diventata la specie più frequente nella pesca a spinning. Credo che senza
il nostro barracuda molti degli spinner che conosco avrebbero cambiato
tecnica già da un pò; l'altro lato della medaglia è che la sua presenza e
la relativa facilità di cattura hanno spinto molti lanciatori a privilegiare
la ricerca di questo predatore trascurando spesso la più incostante e
lunatica spigola. In alcuni casi
le due specie dividono gli stessi territori di caccia (mi è capitato con una
certa frequenza di catturare le due specie a pochi minuti di distanza), ma
indubbiamente la spigola ama acque più basse rispetto al barracuda, quindi
la ricerca specifica dei due predatori avviene in zone diverse. Questo spiega
perchè alcuni spinner della mia zona, che ricercano prevalentemente la
spigola, non hanno mai catturato un barracuda, mentre altri spinner che
invece si sono "viziati" catturando gli sfirenidi si lamentano
della "scomparsa" delle spigole. Bisogna però riconoscere che
nelle zone e nei periodi di
coabitazione delle due specie, l'aggressività del barracuda ha indubbiamente
ridotto la presenza della "regina".
Relativamente alle coste italiane, il barracuda mediterraneo ha la sua
massima diffusione nelle acque della Sardegna, ma si hanno notizie di sue
catture in molte altre zone dello stivale e in Sicilia, anche se le
dimensioni degli esemplari catturati sono decisamente inferiori e la loro
cattura è ancora sporadica. L'incontro del barracuda nelle coste dello
stivale è considerato ancora una rarità e quindi questa specie non può
essere oggetto di una pesca specifica, mentre in molte zone della Sardegna
andare a spinning in primavera e autunno dalla scogliera significa spesso
"andare a barracuda". Peraltro, anche nella nostra isola l'incontro
con questo predatore è riservato quasi esclusivamente a spinner, trainisti e
subacquei, essendo piuttosto rare le catture effettuate con altre tecniche di
pesca.
Il barracuda mediterraneo ha il corpo allungato con il dorso bruno scuro che
sfuma sul blu sui fianchi argentei, mentre il ventre è biancastro. Sui
fianchi compaiono le caratteristiche bande più scure; la testa è allungata
con la mandibola più lunga della mascella, i denti sottili e acuminati,
leggermente ricurvi, adatti ad afferrare e trattenere la preda. Può
raggiungere la lunghezza di 1,30 mt e il peso di 10-12 Kg, ma il peso medio
nelle acque sarde è compreso tra 1 e 3 Kg.
La sua dieta è composta prevalentemente di altri pesci, più raramente
molluschi. La deposizione delle uova avviene a fine primavera o inizio
dell'estate. La "Sphyraena viridensis" si avvicina e si trattiene
in prossimità della costa, ed è quindi insidiabile a spinning, in due
periodi dell'anno: in primavera, quando la temperatura delle acque comincia
ad aumentare e a fine estate-autunno, quando la ressa estiva lascia spazio e
tranquillità ai pinnuti. In luoghi isolati e poco frequentati dai
vacanzieri, ormai sempre più rari, la sua cattura può avvenire anche nei
mesi caldi. La sua presenza sottocosta nel periodo invernale è subordinata
alla temperatura delle acque e quindi all'andamento della stagione autunnale;
nelle annate più calde sono stati catturati anche a gennaio, ma normalmente
a Natale sono già scomparsi,
almeno nelle coste sarde. È un predatore tipicamente superficiale, ma mi è
capitato di catturarlo trainando a dentici, quindi anche a discrete
profondità. Ho avuto modo in diverse occasioni di verificare la sua
aggressività, ma il fatto più singolare mi è capitato qualche anno fa,
durante una battuta a spinning,
nelle ultime fasi di recupero di un barracuda; mentre recuperavo la preda
ormai sfinita, avvertii un colpo secco sulla canna, come se il pesce avesse
dato un improvvisa testata, poi vidi accanto al pesce allamato un altro
barracuda che lo affiancava. Quando salpai la preda mi accorsi che sui
fianchi era ben evidente una traccia sanguinolenta con il segno dei denti del
compagno.
La sua aggressività lo porta ad attaccare volentieri le esche artificiali,
in particolare hanno dato ottimi risultati i minnow ed i popper anche di
buone dimensioni, mentre i cucchiaini sono risultati decisamente meno
catturanti. A causa della sua dentatura è consigliabile l'utilizzo di esche
in materiale plastico o in legno duro; i classici minnow in balsa possono
essere seriamente danneggiati dai morsi di questo predone. Per le colorazioni
sono stati ottenuti ottimi risultati sia con le classiche colorazioni
naturali (mugginetto, acciuga, sgombro) che di fantasia. Personalmente ho
potuto riscontrate una certa preferenza, da parte degli esemplari più
grossi, per lo sgombro. Talvolta, però, sono risultate vincenti le
colorazioni più improbabili. Non si hanno esperienze con i jigs, ma questa
primavera ho seriamente intenzione di testarli sui barracuda locali
(indovinate chi mi ha convinto?). Come altri predatori, il barracuda
mediterraneo ama cacciare nella schiuma, quindi la situazione più favorevole
è la classica scaduta, durante la quale questa specie aumenta notevolmente
la sua irruenza e perde la già scarsa sospettosità.
Molto valide anche le situazioni di cielo cupo e bassa pressione. Ottime catture sono state peraltro effettuate anche
con mare perfettamente calmo e sole splendente, ma le probabilità di
incontro in queste condizioni diminuiscono nettamente.
Non esistono orari particolari
per la sua cattura, ma nelle condizioni meteomarine meno favorevoli vale la
solita regola di privilegiare alba e tramonto.
Essendo un pesce gregario (solo gli esemplari veramente grossi sono
solitari) sono possibili attacchi multipli nel giro di pochi minuti. Le zone da battere per insidiare questo predatore sono
le scogliere caratterizzate da fondali profondi e buone correnti, in
particolare le punte rocciose, ma spesso lo si trova in acque più basse su
fondali misti. Ogni scogliera ha in genere alcuni punti preferiti dal nostro
predone, per individuare i quali (a parte eventuali dritte di altri
pescatori) è senz'altro consigliabile, almeno le prime volte, battere in
lungo e in largo la zona, privilegiando e insistendo un po di più sulle
punte. Dopo aver trovato gli
spot migliori, nelle successive battute dovremo concentrare i nostri
tentativi su questi trascurando decisamente le zone meno produttive. Forse è
l'unica specie per la quale mi sento di consigliare una
pesca più statica, nel senso che una volta individuati i punti più
frequentati dai barracuda può essere produttivo ostinarsi con i lanci anche
per diverso tempo, senza la necessità di spostarsi in continuazione lungo la
scogliera. Questo vale ovviamente solo se si insidiano specificatamente i
barracuda. Con mare mosso o scaduta non è necessario operare lanci lunghi,
considerato che i barracuda cacciano preferibilmente nella risacca, quindi
consiglio decisamente i minnow, che nella schiuma si trovano maggiormente a
proprio agio. In condizioni di mare poco mosso o calmo, gli sfirenidi possono
stazionare o cacciare ad una maggiore distanza, sono raccomandabili quindi i
popper di buon peso i quali, oltre a consentire lanci più lunghi, sono
senz'altro più adatti a queste situazioni; tra l'altro, il loro tipico nuoto
irregolare e chiassoso può contribuire ad eccitare i barracuda. Il recupero
dell'artificiale può essere regolare e costante nella schiuma, mentre con
acque più calme risulta più catturante un recupero con variazioni di
velocità e direzione.
In molti articoli su questo predatore ho trovato la raccomandazione di
utilizzare un terminale di acciaio o cavetto a causa della dentatura di
questi pesci; in realtà il problema non sussiste nel momento in cui si
utilizzano pesci finti di discrete dimensioni, il pesce infatti non riesce ad
ingoiare completamente l'artificiale quindi la sua dentatura non viene a
contatto diretto con la lenza. Inoltre, la dentatura del barracuda
mediterraneo non dovrebbe creare seri problemi al nylon, i denti sono infatti
relativamente distanti tra loro e difficilmente riescono a tagliare il filo
(le dentature pericolose per la lenza sono quelle con denti piccoli,
ravvicinati e taglienti come quelle del pesce serra o della palamita). L'attacco e successivo combattimento del barracuda non
sono sempre uguali; ho avuto modo di constatare alcuni comportamenti molto
differenti tra loro. Il più delle volte l'attacco è violento ed è spesso
seguito da testate, capriole e talvolta anche salti nel tentativo di
liberarsi delle ancorette, cui segue la fuga verso il fondo se il pesce non
è riuscito a slamarsi (spesso le testate del pesce hanno come effetto di
agganciare l'altra ancoretta da qualche parte del muso). In altri casi si può avere una abboccata più morbida
(probabilmente nei casi in cui il predatore, dopo l'attacco all'artificiale,
continua per qualche istante la corsa verso il pescatore) seguita
dall'immediata fuga. Altre volte mi è capitato, anche con grossi esemplari,
che il barracuda si sia fatto trascinare passivamente verso riva agitando la
testa fuori dall'acqua, per poi scatenare le sue energie solo quand'era a
portata di raffio. La bocca ed il palato del barracuda hanno una
consistenza
molto dura e questo giustifica l'elevata percentuale di slamature nella prima
fase del combattimento, ma se l'ancoretta penetra a fondo è quasi
impossibile che si slami accidentalmente. Ve ne accorgerete al momento di
slamare il pesce! La combattività del barracuda non è molto elevata, anzi
generalmente è scarsina, paragonabile a quella della spigola, ma in una
piccola percentuale di esemplari allamati ho potuto riscontrare una
resistenza veramente inconsueta. Mi è capitato di salpare esemplari vicini
ai quattro chili senza quasi utilizzare la frizione, mentre prede di poco
più di un chilo mi hanno divertito per diversi minuti. Una volta ho
combattuto per oltre un quarto d'ora con un pesce , pensando si trattasse di
una ricciola o similare, e quando lo avvicinai a pochi metri da riva rimasi
di stucco vedendo che si trattava di un barracuda che stimai non molto
superiore a tre chili e ancora più sorpreso quando, ormai a portata di
...mano (non avevo raffio), mi sbobinò un'altra ventina di metri di nylon e
si infilò in mezzo a due rocce rompendo la lenza. Non ho mai capito questa
differenza di combattività in esemplari della stessa specie (cosa che non ho
riscontrato nella spigola, ad esempio); posso solo affermare che certamente
gli esemplari piccoli sono proporzionalmente più combattivi di quelli
grossi. Per salpare i barracuda è decisamente consigliabile
il raffio, mentre l'uso del guadino non è molto agevole, considerata la
forma allungata di questo pesce (un esemplare di 3 Kg. arriva al metro di
lunghezza) . L'unica volta che mi è capitato casualmente di salpare uno
sfirenide con il guadino si è creato un tale "ingarbuglio" tra
retina, ancorette e dentatura del pesce che ho dovuto portare a casa la preda
così com'era!
Voglio concludere con una raccomandazione. Nelle zone adatte e nelle giornate
ideali, considerata l'aggressività e la gregarietà del barracuda, è
possibile fare vere e proprie stragi di questi pesci; non abusate di queste
situazioni, pescare uno o due esemplari in una battuta può essere
sufficiente a premiare la giornata di pesca. Per chi invece volesse praticare
il "catch & release", raccomando senz'altro l'uso di ami
singoli, considerata la difficoltà di slamare le ancorette dalla bocca di
questo predatore.
Claudio Saba
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