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In
quella calda e luminosa giornata di metà gennaio erano circa le dodici, ed
il taxi sul quale mi trovavo si stava dirigendo nella Piazza del Capitolio,
il punto di riferimento per ogni turista che stia visitando L’Avana.
Eravamo di ritorno dalla ‘Finca Vigia’, cioè quello che adesso è un
museo e che una volta fu la casa a Cuba di Ernest Hemingway, e visto che lui
visse in quest’isola ben 31 anni, cioè metà della sua esistenza, si può
immaginare quanta influenza abbia avuto questa lunga permanenza nella sua
vita di scrittore.
“Cuba era un posto magnifico per scrivere” una volta aveva detto. Ero
ancora eccitato per avere visitato il luogo dove aveva vissuto quello che era
sempre stato il mio scrittore preferito.
La ‘Finca Vigia’ in realtà era una villa circondata da un immenso
giardino, o forse sarebbe meglio dire una piccola foresta, tanto era fitto di
alberi e arbusti che rendevano impossibile uscire dai numerosi vialetti che
lo attraversavano, piacevolmente freschi e un po’ bui.
Dentro la casa, molto bella e decisamente grande non si poteva entrare,
quindi mi misi a scattare foto da alcune delle finestre; le stanze all’interno
erano piene di scaffali stracolmi di libri, e alle pareti erano appesi
trofei di caccia africana.
Mentre osservavo l’interno della casa, ripercorrevo con la memoria tutti i
libri che avevo letto, cercando indizi che mi dicessero quali di essi erano
stati scritti proprio lí.
Tra tanti scrittori che avevo provato, Hemingway era stato quello che mi
aveva colpito; il suo modo di scrivere era totalmente differente da tutti gli
altri, ed io lo trovavo semplicemente stupendo.
Ricordo come fosse ora la sera di una trentina di anni fa, quando cominciai a
leggere il primo de ‘I quarantanove racconti’; lo terminai alle 2 di
notte, ma nonostante l’ora non potei impedirmi di tornare all’inizio e
leggermelo tutto un’altra volta.
Era la cosa più bella che avessi mai letto.
Ma a parte questo, Hemingway mi piaceva anche perché avevo in comune con lui
qualcosa di molto speciale: la grande passione per la pesca.
La corsa in taxi proseguiva attraverso le strade malmesse che dai sobborghi
di L’Avana ci avevano condotto in prossimità del centro della città.
Il tassista che fino ad allora era rimasto silenzioso, cosa abbastanza
inusuale per un cubano, si rivolse a me chiedendomi: “Lo sapevi che é
ancora vivo il vecchio del libro ‘Il vecchio e il mare´?”
Feci due rapidi conti ; allora....quel libro era stato scritto nel
1950.....adesso siamo nel 1999.....quindi se nel 1950 il vecchio era gia
vecchio, dopo una cinquantina d’anni come può essere ancora vivo?
Con il mio spagnolo imperfetto gli risposi: “Non può essere. Non posso
crederci.”
E lui: “Si! Si! Si! É la verità, è ancora vivo! Abita a Cojimar ed ha
101 anni e mezzo.”
Eravamo
arrivati al Capitolio e il taxi si fermò davanti alla lunga scalinata di
quello che una volta era stata la sede del governo cubano; pagai il conto
della corsa e salutai il tassista.
Mi stava prendendo in giro di sicuro pensai, questi cubani pur di guadagnare
qualche dollaro farebbero qualsiasi cosa; ma c’era da capirli.
Però quella sera a cena posi la domanda alla proprietaria del paladar, la
quale con mia sorpresa mi confermò quello che mi aveva detto il tassista: il
vecchio era ancora vivo.
Due giorni dopo alle quattro del pomeriggio ero a Cojimar, un piccolo
villaggio di pescatori pochi chilometri a est de L’Avana.
Entrai nella ‘Terraza’ di Hemingway, il bar-ristorante famoso per essere
stato il luogo dove lo scrittore si fermava spesso tra una battuta di pesca e
l’altra.
Le pareti erano cosparse di foto in bianco e nero raffiguranti vari momenti
della vita dello scrittore; la maggior parte trattavano di pesca e ce n’era
anche qualcuna insieme a Fidel Castro da giovane.
Vicino all’ingresso c’era un’incisione in legno che attirò la mia
attenzione; raffigurava il volto di un vecchio e inoltre vi si leggeva la
scritta:
TODO EN EL ERA VIEJO SALVO SUS OJOS.
A leggere quella frase mi venne la pelle d’oca; ero entrato in un posto
dove a ciò che mi stava più a cuore e
che consideravo come qualcosa di mio, gli veniva dato omaggio con il rispetto
che si dà alle cose grandi.
Mi resi conto improvvisamente di trovarmi tra amici dentro quel bar, anche se
non conoscevo nessuno; una sensazione che avevo provato poche volte nella
vita, come quando hai vinto qualcosa e dentro di te sapevi di essere nel
giusto, che avevi ragione, e ti sentivi grande perché tutto il mondo era con
te.
Mi rivolsi al barman che stava dietro al bancone chiedendogli se sapeva
qualcosa sul vecchio di Hemingway e lui mi indicò un uomo sulla sessantina
che stava seduto ad un tavolo poco più avanti; aveva la camicia dello stesso
colore dei capelli, bianchi che risaltavano sul viso abbronzato da pescatore.
Si chiamava Miguel Llera e non era il vecchio che stavo cercando, ma aveva
conosciuto personalmente Ernest Hemingway e mi raccontó un mucchio di cose
su di lui, spiegandomi a cosa si riferivano le foto appese alle pareti una ad
una.
Poi mi raccontò del film tratto dal libro che girarono proprio lì, con
Spencer Tracy nella parte di Santiago; mi disse che Hemigway in persona
seguì la sceneggiatura del film e mi indicò il punto preciso dove il
vecchio aveva la sua capanna, e dove sbarcò con i resti dell’enorme pesce.
Aggiunse che lui stesso, allora ragazzino, aveva fatto da comparsa nel film.
Mi confermò che il vecchio era ancora vivo e mi disse che si chiamava
Gregorio Fuentes o meglio, Capitan Gregorio Fuentes, e che il giorno seguente
saremmo potuti andare a visitarlo a casa sua.
Il
pomeriggio del giorno seguente quando arrivai a Cojimar, Miguel mi stava
aspettando insieme a suo figlio Rafael davanti alla ‘terraza’.
Bevemmo insieme un mojito chiacchierando un pò’; Rafael era un ragazzo di
ottima compagnia, una di quelle persone che dopo cinque minuti che lo conosci
ti sembra che sia sempre stato tuo amico.
Alla fine ci alzammo e ci dirigemmo a piedi verso la casa di Capitan
Gregorio.
Arrivammo davanti alla porta della piccola casa di pescatori, era bianca con
gli infissi celesti; la porta era socchiusa, Rafael bussò ed una voce dall’interno
rispose: “Adelante!”.
Ci stavano aspettando.
Un uomo sui quarantacinque anni ci accolse e ci fece accomodare, aveva la
pelle un pó scura ed un paio di baffi; era il nipote.
Lui invece era seduto su una poltrona di bambù, aveva in bocca un grosso
avana e alla sua sinistra la TV stava dando una partita di baseball visto che
era domenica.
Era magro con il viso pieno di rughe e l’aria stanca, i suoi occhi erano di
un colore indefinibile, una volta dovevano essere stati azzurri ma adesso
apparivano sbiaditi e opachi; nonostante ciò il suo sguardo tradiva uno
spirito nobile e forte.
Ero totalmente consapevole di avere davanti a me un mito vivente, e provavo
per quell’essere un profondo rispetto.
La stanza era piccola e male illuminata, in alto sopra la testa del vecchio c’era
un quadro con raffigurati due volti ed una barca in mezzo; quello di sinistra
era Hemingway, l’altro somigliava molto a Gregorio, e la barca sicuramente
era il ‘Pilar’.
Con la bocca secca per l’emozione tentai la prima domanda: “É vero che
Hemingway prese lo spunto da una sua esperienza reale per scrivere ‘Il
vecchio e il mare’?”
E lui rispose: “Si, quando ero più giovane mi capitò di essere trascinato
in barca per giorni da un enorme pesce che poi fu divorato dagli squali.”
“Uscivate sempre a pescare insieme lei e Hemingway?”
“Si, eravamo amici.”
“E lei ha sempre vissuto qui?”
“No, io sono nato a Lanzarote e a sei anni mi imbarcai assieme a mio padre
su una nave diretta a Cuba, mio padre morì durante il viaggio ed io arrivai
a L’Avana da solo.”
“E come ha fatto a sei anni a sopravvivere da solo? Deve essere stata dura.”
“Lo é stato, comunque alcuni emigranti canari mi aiutarono e poi quando
crebbi cambiai diversi lavori prima di venire a fare il pescatore qui a
Cojimar.”
“E adesso quanti anni ha?”
“Centouno e mezzo” rispose prontamente il nipote precedendolo; dopodiché
sparì nella porta che stava dietro le spalle del vecchio e tornò con una
canna da pesca; l’uomo me la porse ed io la presi e la guardai quasi
incredulo.
Era una canna corta ma piuttosto grossa ed era in bambù lavorato, dello
stesso tipo di quello che avevo visto una volta su una vecchia canna da mosca
a sezione esagonale.
Era abbastanza pesante ed aveva attaccato in mezzo al manico un grosso
mulinello a bobina rotante; pur non essendo un esperto riconobbi in essa una
canna da pesca d’altura.
Era la canna da pesca di Hemingway!
Aveva
la lenza montata come se fosse pronta per una battuta la mattina seguente.
Gregorio mi disse: “Dal giorno della sua morte, il due luglio del 1961, non
ho più voluto lavorare per nessuno.”
Stavamo in silenzio ad ascoltarlo come per incitarlo a rivelarci altre cose.
Avevamo davanti un essere che era nato nel diciannovesimo secolo e che poi
sarebbe arrivato a vivere anche nel ventunesimo, ed anche se soltanto questo
particolare sarebbe stato sufficiente ad incutere un profondo rispetto su
chiunque, era stato anche il compagno di pesca e amico di uno dei più grandi
scrittori di tutti i tempi.
Il vecchio era stanco di parlare e dopo un lungo silenzio, come per svelarci
l’ultimo segreto che aveva rivelato soltanto a pochi, disse:
“Era uno dei migliori amici che un uomo possa avere.”
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Il sole era ormai tramontato sul piccolo villaggio di
Cojimar, l’aria era immobile e piacevolmente fresca, e le case dei
pescatori lungo il viale apparivano adesso con colori tenui; il cielo di una
tonalità grigio-celeste scuro, alla nostra sinistra sfumava in azzurro
brillante e poi in rosa chiaro.
Camminando per la strada di ritorno, tutti e tre in silenzio quasi che
nessuno volesse rompere l’incantesimo, mi tornavano in mente le parole con
le quali era cominciato tutto:
ERA UN VECCHIO CHE PESCAVA SOLO IN UNA BARCA NELLA CORRENTE DEL GOLFO, ED
ERANO OTTANTAQUATTRO GIORNI...........
Ero impaziente di tornare a casa e leggere il libro un’altra volta: non
sarebbe stato mai più lo stesso di prima.
Gianni Tessicini
tessi@tng.iac.es
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