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Il jig-casting
parte seconda

di Alessandro Idini

JIG SILICONICI


Shad heads
montate con grub siliconici


Shad head montata su
squid siliconico rovesciato


Lip Stick heads
montate su octopus grub

 

 

JIG NON SILICONICI


Banana heads
con dressing in bucktail


Smiling Bill heads
con dressing in
bucktail


Chub  head
con dressing in piume


Round head con
dressing in
fibre di nylon
e taglio tipo shad


Larva head con
dressing in
marabou, kristal flash
e body rivestito in epoxy

 

 

JIG ALTERNATIVI


minnow spoon montati con
il solo amo singolo in coda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pesca con i jig tende a separare i pesci grandi da quelli piccoli, così come separa i pescatori più bravi da tutti gli altri". Cinque anni fa questa frase, detta da un P.A. americano, mi suonò come la classica spacconeria a stelle e strisce di chi aveva trovato una sua tecnica nella pesca a spinning e la spacciava per l'unica verità, ovviamente quella con la V maiuscola. La chiacchierata era proseguita sugli aspetti conservazionistici dei jig per via della presenza di un singolo amo e di conseguenza sulla facilità con cui si può slamare un pesce e restituirgli la libertà in buono stato di salute. Fu forse la seconda parte del discorso a spingermi verso l'uso dei jig, dato che troppo spesso le ancorette dei minnow avevano danneggiato i pesci che volevo liberare e di recente avevo rischiato di perdere un alletterato da 7 kg. che mi aveva aperto quasi completamente l’ancoretta di coda; non trascorse molto tempo che riuscii a capire quanta verità ci fosse in quell'apparente spacconeria.
Non so dirvi se realmente l'uso dei jig aiuta a selezionare i pesci più grandi, ma posso dirvi con certezza che il loro uso porta il pescatore ad una maggiore "sensibilità" nell’azione di pesca e quindi a variare molto velocità di recupero e profondità di azione. Mi spiego meglio: quando usiamo un minnow sappiamo già a che profondità lavora e a quale velocità di recupero offre il risultato migliore perchè entrambe le voci sono solitamente consigliate dalla fabbrica in virtù delle caratteristiche idrodinamiche di progettazione. Non abbiamo molte “interpretazioni personali” dell’azione di pesca e le varianti del recupero (velocità, pause e profondità) sono limitatissime, in particolare nei modelli affondanti ed in quelli galleggianti. I jig, come vedremo in seguito, offrono qualsiasi tipo di recupero con qualsiasi velocità e a tutte le profondità possibili. Non dimentichiamoci, tra l’altro, che proprio la possibilità di effettuare queste varianti è spesso alla base di una cattura di taglia e forse proprio per questa ragione i jig potrebbero essere in grado di selezionare le prede maggiori.

Ma torniamo all'argomento jig-casting: sostanzialmente potremmo dividere i jig in tre categorie:

jig siliconici: qualsiasi jig-head o amo singolo montato su esche siliconiche.

- jig non siliconici: qualsiasi jig-head con il body costruito mediante l'uso di materiali naturali e/o artificiali di derivazione mosca.

- jig alternativi: artificiali siliconici montati su amo ricurvo o anche minnow-spoon dotati di solo un amo singolo posizionato in coda e che vengono utilizzati anche per il deep-jigging.

Ma quali sono i vantaggi reali del jig-casting?

a) Innanzitutto la possibilità di imitare qualsiasi forma e qualsiasi tipo di movimento dei pesci preda.
Prendiamo per esempio un jig tradizionale, diffusissimo, ma anche estremamente facile da realizzare in proprio come la banana head montata con un dressing in bucktail. L'occhiello posto a 60° ci dice che il nuoto ottimale avviene appena sotto la superficie o a mezz'acqua, ma dove la profondità non è esagerata lo possiamo utilizzare anche a fondo; abbiamo quindi un artificiale che può:
- pescare a fondo (solitamente nella pesca da terra e su un fondale di sabbia), strisciando leggermente e alternando brevi pause in cui il dressing in bucktail viene mosso solo dalla corrente.
- pescare a mezz'acqua con un nuoto costante e lineare.
- pescare alternando brevi pause  di affondamento a richiami veloci e disegnando una traiettoria chiamata a "dente di sega",  molto adescante per alcune specie.
- pescare sempre a mezz'acqua ma alternando brevi pause a fughe veloci e rettilinee ad imitazione di un cefalopode in fuga.
- pescare in superficie; non appena il jig tocca la superficie dell'acqua iniziamo un recupero molto veloce tenendo la canna alta: il nuoto avviene ad un centimetro dalla superficie e saranno sufficienti brevi "strappi" del cimino verso l'alto per fare saltare l'artificiale fuori dall'acqua, come un pesciolino in fuga.
Altro esempio uno squid o un grub siliconico oppure uno slug-go montato con un semplice amo ricurvo o tipo worm saver: ad eccezione della pesca a fondo, che in questo caso può essere effettuata solo in acque relativamente basse, possiamo effettuare tutti i tipi di recupero citati sopra, ma possiamo anche far lavorare l'artificiale in bando di corrente, magari sfruttando la marea in uscita o la corrente verso il largo di una foce, richiamandolo con movimenti leggeri che simulano un pesciolino in difficoltà che cerca di risalire la corrente.
Come possiamo vedere con un unico artificiale siamo in grado di effettuare una serie di recuperi (o sondaggi d’acqua) che, per poter fare altrettanto con i minnow, richiederebbero l’uso di 4 o 5 modelli diversi.
 
b) L'uso dei jig ci consente una maggiore sensibilità sul polso e sulla ferrata.
Nell’uso dei minnow siamo vincolati dalla presenza di un anellino di raccordo, spesso posizionato sulla paletta, e di una girella eventualmente sostituibile con un nodo ad asola. La maggior parte dei minnow, infatti,  necessita di un aggancio libero (girella o nodo ad asola) per poter esprimere al meglio il proprio nuoto, ma proprio questo ci impedisce di "sentire" ciò che succede intorno all’artificiale. Il jig, invece, è quasi sempre legato in maniera solidale con il terminale (nodi senza asole) e mantiene "il contatto diretto" con il polso. Durante il recupero, in assenza di vento, è persino possibile accorgersi quando si sfiorano colonie di posidonie o piccole dune di sabbia, oppure, nel caso di uso degli slug-go o simili, ci si accorge di quando si attraversano zone di corrente. Inoltre, nei minnow tradizionali la presenza di 2 (quando non 3) ancorette "atrofizza" la sensibilità del polso al punto che non siamo più in grado di riconoscere le toccate leggere e meno che meno possiamo permetterci di anticipare la ferrata: le ancorette ci hanno abituato a fare tutto da sole.
Con i jig siamo in grado di riconoscere immediatamente un pesce che morde corto e possiamo effettuare la ferrata al momento giusto.
Potrei continuare per ore enunciando i vantaggi del jig-casting a proposito di versatilità dei dressing, economicità, robustezza degli ami, facilità del C&R e solo per citarne alcuni, ma non desidero fare l’apologia di un artificiale che rimane sempre una scelta molto personale di ciascun pescatore; desidero soprattutto invitare l’appassionato di spinning in mare a provare di persona l’efficacia ed i vantaggi di questo artificiale, senza farsi ingannare da tanti altri prodotti che nascono e si aggiornano continuamente più per catturare il pescatore che non il pesce.
 
c) Un ultima considerazione.
Prima di affrontare la parte tecnica della pesca con i jig, che preferisco rimandare ad un prossimo articolo, vorrei spendere ancora due parole sull’argomento: esiste un’evoluzione della pesca che ci porta al rifiuto dell’uso di esche naturali a favore di quelle artificiali; questa è un’evoluzione del pescatore e del suo modo di proporsi nei confronti della pesca stessa. E’ una sfida, un gioco ben più alto rispetto a chi passa le ore ad attendere che il campanellino posto sul cimino avvisi che dall’altro lato della lenza c’è qualcosa che ha abboccato. Pescare con gli artificiali significa molto, molto di più e non ci sono dubbi sul fatto che una preda presa con l’uso di esche artificiali valga dieci volte di più rispetto ad una presa con l’uso di quelle naturali.
Ciò nonostante il jig-casting, a mio avviso, rappresenta una sfida superiore per il pescatore a spinning. E’ una tecnica che necessita di competenza perché bisogna sapere che cosa si sta pescando e, pertanto, si deve essere un buon conoscitore delle prede e delle loro abitudini. E questa conoscenza si esprime con le tecniche di pesca, cioè con la capacità di saper  “dare vita” ad un’esca artificiale affinché imiti un certo pesce sapendo che, a sua volta, verrà cercata da un predatore che può essere presente in quelle determinate condizioni meteomarine.
Quando poi si arriva al punto in cui ci si costruisce in proprio il dressing dei jig perché quei determinati colori e quella forma rappresentano esattamente ciò che permette di pescare quel tipo di predatore in quelle determinate condizioni, si è raggiunto uno “stato dell’arte” della pesca con gli artificiali che fino a poco tempo fa era prerogativa dei soli pescatori a mosca.