Rannicchiato
sotto le coperte sentii il click della porta di ingresso che si chiudeva e
mi annunciava che la dolce consorte era uscita per andare al lavoro. Era un
sabato di fine aprile di qualche anno fa, l'istintiva tentazione di stare a
letto per compensare la stanchezza della settimana durò pochi minuti, anche
perchè il rumore del vento sulla finestra della camera da letto indicava
che lo scirocco dei giorni precedenti aveva ripreso a soffiare. La
mareggiata mi aspettava. Così, dopo una veloce colazione mi ritrovai a
caricare in macchina la mia fida Browning Heavy Spin da 3 metri, mentre la
percezione del salmastro e l'elettricità dell'aria dovuta allo scirocco ed
alla bassa pressione galvanizzavano i miei sensi di pescatore. Poco più di
mezz'ora di viaggio, accompagnata da nuvoloni neri e pioggia incostante,
durante il quale non ho avuto dubbi sulla scelta del luogo: una scogliera in
prossimità di Solanas, scelta non solo per avermi regalato belle prede, ma
soprattutto perchè la sua particolare esposizione ai venti consente di
trovare spot riparati in condizioni di mare eccessivamente mosso. Dal
piccolo parcheggio sulla strada che sovrasta la scogliera potevo vedere le
possenti onde che spazzavano gli scogli e cominciai ad avere qualche dubbio
sulla praticabilità del luogo; per di più una fitta pioggerella sembrava
invitarmi a rientrare a casa. Ovviamente non se ne parla nemmeno. Lascio la
macchina e mi avvio sul sentiero che in pochi minuti mi porta al mare;
considerato il vento frontale e le onde che non permettono di avvicinarsi
troppo, monto un pesante cucchiaino e comincio a lanciare, ma mi rendo
subito conto che la prima parte della scogliera non è praticabile,
oltretutto in caso di cattura risulterebbe pressoché impossibile il
recupero della preda. Decido quindi di andare direttamente sulla punta, che
essendo orientata ad ovest, offre una certa garanzia di riparo con venti
meridionali, ma è anche il punto in assoluto più pescoso della zona.
Proprio da quelle rocce nelle settimane precedenti avevo catturato alcuni
barracuda piuttosto piccoli (sotto i due chili) e soprattutto un grosso
dentice che sfiorava i 6 Kg e che mi aveva sorpreso non solo per
l'eccezionalità della cattura, ma soprattutto perchè effettuata nelle
acque gelide di fine marzo, mentre i pochi dentici da me catturati erano
stati ingannati nelle tiepide acque autunnali. Considerata la rarità della
cattura, non penso certo di poter ripetere l'incontro con questo predatore e
penso, invece, che le condizioni sono ideali per la cattura di un barracuda
come si deve. Trovato uno scoglio al riparo dalle onde, subito dietro la
punta, monto un Rapala magnum da 13 cm color sgombro e comincio a lanciare
in mezzo alla schiuma che le grosse onde smorzate dal promontorio riescono
comunque a generare. La pioggia intanto è cessata e i neri nuvoloni si
allontanano verso nord. Nella bobina del mio Shimano ho montato un Berkley
TriMax da 14 libbre, un filo favoloso che non ha grande resistenza alla
trazione (rispetto ad altri nylon) ma che mi garantisce una resistenza
all'abrasione veramente unica, dote irrinunciabile quando pesco dagli
scogli. Il Rapala si tuffa ancora una volta per riprendere il suo nuoto
verso il pescatore, ma qualcosa ferma la sua corsa, qualcosa che riparte
immediatamente verso il fondo e verso il largo con una fuga potente e
inarrestabile. Penso a un grosso barracuda mentre si porta via decine di
metri di filo, solo quando si ferma e si punta sul fondo lo riconosco, è
ancora lui, sua maestà "dentex"; al pensiero le gambe si fanno
molli e l'adrenalina fa il resto. Provo a schiodarlo dal fondo sperando che
non si intani, ma lui riparte in una seconda fuga altrettanto potente;
guardando il filo in bobina che si assottiglia sempre di più stringo
leggermente la frizione e lo costringo a rallentare la corsa. Poi si ferma
e, stranamente, mi permette di avvicinarlo recuperando buon parte della
lenza sbobinata. Comincio a pensare che forse non è poi così grosso, è
già quasi a riva, ma l'amico mi smentisce subito, con una serie di fughe mi
fa chiaramente capire che non è ancora giunto il momento di cantare
vittoria e si riprende un bel po' di filo.
Mi occorrono ancora diversi minuti prima di riuscire ad
avvicinarlo, lui è stanco e si mette di traverso sulle rocce del fondale,
opponendo una resistenza inconsueta; la Heavy Spin fa un lavoro eccellente,
piegata al limite delle sue possibilità per allontanare il dentice dal
fondo e portarlo verso riva. Finalmente lo vedo in mezzo alla schiuma e solo
allora mi rendo conto di quanto sia grande, assecondo le ultime due fughe
disperate quando giunge in prossimità degli scogli, poi lo vedo emergere
esausto. Ovviamente sono senza raffio o guadino (non li uso quasi mai) ma
conosco quegli scogli alla perfezione, salto su una roccia quasi al livello
del mare (a questo punto può valere la pena farsi un bel bagno) avvicino la
preda, poi attendo un onda che mi consente di portarlo verso di me, serro la
frizione e con un gesto automatico sollevo la canna consentendo al dentice
di "fare surf" sull'onda e poggiarsi sulla roccia ai miei piedi.
Prima che arrivi un'altra onda lo afferro per le branchie e lo porto al
sicuro. Solo in quel momento mi rendo conto che è finita e scarico tutta
l'adrenalina che avevo in circolazione in un urlo di gioia, poi guardo lo
splendido ed enorme predone, è davvero maestoso, peserà almeno sette
chilozzi, penso (ma a casa farà fermare l'ago della bilancia su 8,3 Kg).
Mentre lo slamo mi accorgo che è rimasto agganciato solo per una barra
dell'ancoretta caudale e che la stessa è stata quasi raddrizzata, sarebbe
bastato pochissimo per perderlo!
La sera successiva, mentre gustiamo le trance del pesce
con alcuni amici, uno di loro, esperto trainista, mi suggerisce di
verificare il record mondiale del dentice sulla classe 16 libbre;
francamente non mi ero posto il problema, ma per pura curiosità decido di
controllare appena possibile. L'amico mi precede e il giorno seguente, in
ufficio, ricevo di buon mattino la sua telefonata: "Claudiè, ci siamo
mangiati il record!", mi dice ridendo. Scopro così che il record su
quella classe di lenza è di Kg 7,950 quindi, in teoria, avrei potuto
chiedere l'omologazione, ma da qualche altra parte trovo invece un record di
qualche etto superiore alla mia cattura. Insomma, non me ne frega niente,
con tutti i dentici enormi che si pescano senza pretendere alcun primato
penso che questa storia dei record abbia un significato relativo, l'unica
cosa che mi interessa è la soddisfazione per la cattura inconsueta e la
certezza che, prima o poi, incontrerò nuovamente sua maestà dentice.