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Ci siamo mangiati un record!
di Claudio Saba.


Rannicchiato sotto le coperte sentii il click della porta di ingresso che si chiudeva e mi annunciava che la dolce consorte era uscita per andare al lavoro. Era un sabato di fine aprile di qualche anno fa, l'istintiva tentazione di stare a letto per compensare la stanchezza della settimana durò pochi minuti, anche perchè il rumore del vento sulla finestra della camera da letto indicava che lo scirocco dei giorni precedenti aveva ripreso a soffiare. La mareggiata mi aspettava. Così, dopo una veloce colazione mi ritrovai a caricare in macchina la mia fida Browning Heavy Spin da 3 metri, mentre la percezione del salmastro e l'elettricità dell'aria dovuta allo scirocco ed alla bassa pressione galvanizzavano i miei sensi di pescatore. Poco più di mezz'ora di viaggio, accompagnata da nuvoloni neri e pioggia incostante, durante il quale non ho avuto dubbi sulla scelta del luogo: una scogliera in prossimità di Solanas, scelta non solo per avermi regalato belle prede, ma soprattutto perchè la sua particolare esposizione ai venti consente di trovare spot riparati in condizioni di mare eccessivamente mosso. Dal piccolo parcheggio sulla strada che sovrasta la scogliera potevo vedere le possenti onde che spazzavano gli scogli e cominciai ad avere qualche dubbio sulla praticabilità del luogo; per di più una fitta pioggerella sembrava invitarmi a rientrare a casa. Ovviamente non se ne parla nemmeno. Lascio la macchina e mi avvio sul sentiero che in pochi minuti mi porta al mare; considerato il vento frontale e le onde che non permettono di avvicinarsi troppo, monto un pesante cucchiaino e comincio a lanciare, ma mi rendo subito conto che la prima parte della scogliera non è praticabile, oltretutto in caso di cattura risulterebbe pressoché impossibile il recupero della preda. Decido quindi di andare direttamente sulla punta, che essendo orientata ad ovest, offre una certa garanzia di riparo con venti meridionali, ma è anche il punto in assoluto più pescoso della zona. Proprio da quelle rocce nelle settimane precedenti avevo catturato alcuni barracuda piuttosto piccoli (sotto i due chili) e soprattutto un grosso dentice che sfiorava i 6 Kg e che mi aveva sorpreso non solo per l'eccezionalità della cattura, ma soprattutto perchè effettuata nelle acque gelide di fine marzo, mentre i pochi dentici da me catturati erano stati ingannati nelle tiepide acque autunnali. Considerata la rarità della cattura, non penso certo di poter ripetere l'incontro con questo predatore e penso, invece, che le condizioni sono ideali per la cattura di un barracuda come si deve. Trovato uno scoglio al riparo dalle onde, subito dietro la punta, monto un Rapala magnum da 13 cm color sgombro e comincio a lanciare in mezzo alla schiuma che le grosse onde smorzate dal promontorio riescono comunque a generare. La pioggia intanto è cessata e i neri nuvoloni si allontanano verso nord. Nella bobina del mio Shimano ho montato un Berkley TriMax da 14 libbre, un filo favoloso che non ha grande resistenza alla trazione (rispetto ad altri nylon) ma che mi garantisce una resistenza all'abrasione veramente unica, dote irrinunciabile quando pesco dagli scogli. Il Rapala si tuffa ancora una volta per riprendere il suo nuoto verso il pescatore, ma qualcosa ferma la sua corsa, qualcosa che riparte immediatamente verso il fondo e verso il largo con una fuga potente e inarrestabile. Penso a un grosso barracuda mentre si porta via decine di metri di filo, solo quando si ferma e si punta sul fondo lo riconosco, è ancora lui, sua maestà "dentex"; al pensiero le gambe si fanno molli e l'adrenalina fa il resto. Provo a schiodarlo dal fondo sperando che non si intani, ma lui riparte in una seconda fuga altrettanto potente; guardando il filo in bobina che si assottiglia sempre di più stringo leggermente la frizione e lo costringo a rallentare la corsa. Poi si ferma e, stranamente, mi permette di avvicinarlo recuperando buon parte della lenza sbobinata. Comincio a pensare che forse non è poi così grosso, è già quasi a riva, ma l'amico mi smentisce subito, con una serie di fughe mi fa chiaramente capire che non è ancora giunto il momento di cantare vittoria e si riprende un bel po' di filo.

Mi occorrono ancora diversi minuti prima di riuscire ad avvicinarlo, lui è stanco e si mette di traverso sulle rocce del fondale, opponendo una resistenza inconsueta; la Heavy Spin fa un lavoro eccellente, piegata al limite delle sue possibilità per allontanare il dentice dal fondo e portarlo verso riva. Finalmente lo vedo in mezzo alla schiuma e solo allora mi rendo conto di quanto sia grande, assecondo le ultime due fughe disperate quando giunge in prossimità degli scogli, poi lo vedo emergere esausto. Ovviamente sono senza raffio o guadino (non li uso quasi mai) ma conosco quegli scogli alla perfezione, salto su una roccia quasi al livello del mare (a questo punto può valere la pena farsi un bel bagno) avvicino la preda, poi attendo un onda che mi consente di portarlo verso di me, serro la frizione e con un gesto automatico sollevo la canna consentendo al dentice di "fare surf" sull'onda e poggiarsi sulla roccia ai miei piedi. Prima che arrivi un'altra onda lo afferro per le branchie e lo porto al sicuro. Solo in quel momento mi rendo conto che è finita e scarico tutta l'adrenalina che avevo in circolazione in un urlo di gioia, poi guardo lo splendido ed enorme predone, è davvero maestoso, peserà almeno sette chilozzi, penso (ma a casa farà fermare l'ago della bilancia su 8,3 Kg). Mentre lo slamo mi accorgo che è rimasto agganciato solo per una barra dell'ancoretta caudale e che la stessa è stata quasi raddrizzata, sarebbe bastato pochissimo per perderlo!

La sera successiva, mentre gustiamo le trance del pesce con alcuni amici, uno di loro, esperto trainista, mi suggerisce di verificare il record mondiale del dentice sulla classe 16 libbre; francamente non mi ero posto il problema, ma per pura curiosità decido di controllare appena possibile. L'amico mi precede e il giorno seguente, in ufficio, ricevo di buon mattino la sua telefonata: "Claudiè, ci siamo mangiati il record!", mi dice ridendo. Scopro così che il record su quella classe di lenza è di Kg 7,950 quindi, in teoria, avrei potuto chiedere l'omologazione, ma da qualche altra parte trovo invece un record di qualche etto superiore alla mia cattura. Insomma, non me ne frega niente, con tutti i dentici enormi che si pescano senza pretendere alcun primato penso che questa storia dei record abbia un significato relativo, l'unica cosa che mi interessa è la soddisfazione per la cattura inconsueta e la certezza che, prima o poi, incontrerò nuovamente sua maestà dentice.