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L'Isola di Roatan

di Carlo Galli. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Sono partito con un 767 Boeing con due ore di ritardo il 10 dicembre con 5 sottozero dallo squallido Terminal 2 di Malpensa, con la gentile consorte vagamente impaurita e sull'incazzato andante.
Il tour operator era IGV che ci ha mandato in un villaggio "all inclusive" sotto lo Yucatan in 12 ore secche di aereo e sette fusi orari, per la modica cifra di 3.220.000, in due, tasse di iscrizione comprese.
Ottima l'accoglienza e la sistemazione, in un'ampia e fresca camera, all'interno di un resort molto piacevole che si affaccia su una spiaggia bianchissima con il reef a 200 metri circa. La moglie, già fortemente provata dalle emozioni causate dall'atterraggio su una pista poco più lunga di un asse da stiro, si tranquillizza subito. Cosa vuole uno di più dalla vita? I PESCI!
L'attrezzatura era composta da 4 canne, 4 mulinelli tra cui spiccava la famigerata Shimano Exage 330 in 5 pezzi e comoda custodia da trasporto e poi le scatole con  circa 300 artificiali che spaziavano dal Pin's Minnow Yozuri di 5 cm, qualche "Beccaleccia" slim e normali di Moreno Bartoli, un bel po' di roba giapponese Yo-Zuri, Duel, Yamashita, Maria, fino ad arrivare al Saltaleone l'"antirifiuto garantito" di Nunzio di 20 cm x 80gr.
Mi spoglio dell'inverno che avevo addosso, mi metto costume, bermuda e maglietta, do un bacino a quella santa donna della mi'moglie arraffo la roba da pesca e parto.
Nota tecnica sulla composizione attrezzatura:
Canna Shimano Exage 330
Mulinello Twin Power 6000
Filo Carson trecciato 0,20
Terminale acciaio 30 lbs autosaldante Berkley
Moschettone "a goccia" Mustad (qualcuno nel forum mi illumini poi sul nome esatto)
Mi precipito sulla spiaggia e durante il tragitto ho modo di fare la conoscenza con le due specie animali più fastidiose dell'isola: le sand flies e il nugolo degli animatori.
I giorni successivi ho appurato che le sand flies con un po' di repellente per insetti le eviti, gli animatori no. Ti assaltano a colpi di buongiornooooo, buonaseraaaaaa, vieni a fare l'escursione qua, stasera ci vediamo, come vaaaa, come ti chiami, ah i toscani come sono simpatici, ecc. ecc..
Passando vicino fra la reception ed i rimasugli del cocktail di benvenuto maledicendo i "Buooonaaapeeesccaaaa!!" degli animatori mi si presenta davanti un uomo, non alto e con i baffetti, dal forte accento ligure. Rodolfo.
Ne intuisco subito la levatura. Era il barman del villaggione. Un ex portuale savonese, non uno spinner, ma uno con la stessa patologia mentale che affligge molte delle persone che stanno leggendo questa roba. Lo tempestai di domande. Ebbi dieci minuti di ragionamento di pesca puro e la promessa che mi avrebbe portato a pescare con la sua barca. Finalmente una persona seria! Saluto calorosamente Rodolfo e riparto alla volta della spiaggia per giocarmi il mio primo tramonto a Roatan.
Il mare sottovento era una tavola e questo mi fece dubitare subito della pescosità del luogo. Fregate e pellicani neanche l'ombra. Partono i primi lanci, scruto l'orizzonte per cercare di intravedere una qualche attività a galla su cui buttare il mio grasso popperozzo. Niente. Forse qualche smilza agugliona segue l'artificiale ma la serata si chiude con un nulla di fatto.
Ceno bene e tanto, depredando il ricco buffet e pensando a cosa avrei inventato per il giorno dopo. Decido che l'oretta prima dell'alba mi sarà propizia. Facilitata la sveglia a causa del fuso orario vantaggioso balzo dal letto riarraffo le canne, ridò un bacino alla moglie assonnata e parto.
Grilli, ranette e uccelli notturni delle notti tropicali accompagnano il mio incedere acciottolante sulle assi di legno del resort (avevo una quarantina di popper addosso) che svegliavano gli armatissimi vigilantes con fucile a pompa cromato dal sapore molto centroamericano. Prima di partire, dal momento che era buio pesto, decido di montare una starlight sul cavetto di acciaio. Non lo avevo mai provato, ma ritenevo che la simpatica lucetta potesse essere attraente in quei luoghi.
Monto un popperozzo verdolino luccicante Duel da 15 cm e se non ricordo male da 40g, quello con le palline magnetiche. Dopo una trentina di lanci scorrendo la spiaggia "la botta!". Quel leggerissimo chiarore prima dell'aurora accompagna lo sfrigolare della frizione. Non nego una certa emozione. La creatura si prende un po' di filo stringo la frizione e inizio a giocarla con l'antiritorno aperto. Tempo qualche minuto vedo avvicinarsi la stalighit ad una decina di metri, forzo ancora e quello che reputo un jack crevalle si arena sul bagnasciuga. Fa lo stesso identico verso di un grosso sugarello, quella specie di simpatico “gru gru”.
Lo illumino per slamarlo lo guardo negli occhi (belli grossi) e vedo che invece è un big eyes crevalle che supera i tre chiletti. Il primo "Big Eyes" della mia vita. Di Jack Crevalle ne avevo gia presi ad Antigua in un posto che, se il webmaster acconsente, vi racconterò un'altra volta. Slamo il bel pesciotto, che incredulo e trepidante riprende la via del mare con un paio di colpi di coda. Ma com'è bello il liberare i pesci!
Continuo a lanciare, ma un sole nemico inizia a rosseggiare. Non prendo altro.
Dopo una colazione alla Rocky Balboa, cerco di capire dalle informazioni che strappo dai reticenti animatori, dal personale di servizio e dalle cartine come è fatta l'isola. L'isola è lunga e strettissima e noi siamo situati praticamente all'estremo ovest. L'obiettivo diventava raggiungere la punta estrema e affidarsi al magico gioco delle correnti.
Le reticenze degli animatori derivavano dal fatto che sulla punta venivano fatte delle escursioni a pagamento. L'organizzazione approfittava della tua ignoranza sul luogo per spillarti facili dollarucci. Ma ad un Lucchese non la si fa. Parto con i miei affilatisimi strali alla volta del faro di West End, abbandonando imperdibili ginnastiche nell'acqua, tiri con l'arco, test psicologici ed altre varie amentità.
La "Santa Donna" spalma le mie parti esposte con una mistura a base di antizanzara e protezione solare e, carico di ammennicoli, parto alla volta del faro.
Finisce la lunga spiaggia bianca e fra le rocce adocchio il sentiero che si inoltra nella foresta tropicale. Piccole iguane, uccelli e dei toponi giganteschi saltellanti mi accompagnano. Seguo il sentiero, vedo una radura e finalmente il faro che sancisce la fine dell'isola.
Che bellezza! Solo in quel posto selvatico, lontano dalle musichette del villaggione. Mi accorgo tuttavia con orrore della terribile conformazione geologica delle rocce basaltiche vicine alla punta dell'isola. Sono quanto di più pericoloso si possa immaginare. I locali, ho saputo dopo, le chiamano "gillette rocks". Non è possibile nemmeno appoggiarci una mano che ti tagli.
In ogni caso intravedo fra le palme cariche di cocchi "de agua" una specie di spiaggiotta corallina che dopo un centinaio di metri sprofonda nel blu. Il blu è un po' lontano ma potrebbe essere il posto giusto.
Il posto era giusto, se ci andavi in barca. Molti dei miei amatissimi popperozzi (sigh!) sono caduti con onore nell'intento di portare a riva quelle bestione che li mordevano.
Il giochino funzionava così: entravo nell'acqua fino a dove potevo saltando da uno scoglio affiorante all'altro. Con l'aliseo "al lasco", ovvero quasi di dietro, facevo lanci lunghissimi fino ad una ventina di metri dopo il salto di profondità, il blu per intendersi.
Non che abbia avuto tantissimi attacchi ma quelli che ho avuto erano spaventosi. Una botta, la canna orizzontale, frizione fumante, dai tre ai cinque secondi di adrenalina ed infine l'ammosciarsi triste del trecciato. Un trecciato dichiarato 0,20, in realtà 0,35, con un carico di rottura di 19 kg e rotti. Il problema è che quando il trecciato tocca il corallo si rompe di nulla. Sono rimaste attaccate solo piccole cerniotte e snapper. 
Ho avuto anche diversi inseguimenti di barracuda belli grossi che però non hanno gradito appieno ciò che gli proponevo.
In pratica ho pescato sempre dalla spiaggia di notte, non prendendo niente la sera ed altri due Big Eyes la mattina prima dell'alba. Sulla punta ci sono tornato varie volte dove ho perso diversi popper e ho preso solo roba piccola.
Uscire in barca aveva prezzi assolutamente irragionevoli e ti proponevano solo traina. Ho fatto anche diversi lunghi giri a piedi ma la parte nord dell'isola, quella dove batte l'aliseo, è ricoperta dalle gillette rocks e pertanto inagibile.
L'uscita con la barca di Rodolfo è stata fra le cose che più ricordo volentieri.
Quella mattina mi sono fatto sette o otto interminabili chilometri a piedi con la canna in mano, zaino in spalla  ed il cinturone in vita per arrivare a casa sua dal chiassoso villaggione. Pensavo di non arrivare più. Un po’ scoraggiato finalmente trovo i riferimenti che Rodolfo mi aveva dato.
Il posto era molto bello, non propriamente da catalogo Alpitour, ma per me aveva il gusto inconfondibile delle cose autentiche.
Una baia fonda con ai bordi le mangrovie ed in lontananza, agli ormeggi, un paio di Grand Banks di qualche gaudente americano. Un lungo e sottile pontile da dove dei ragazzini prendono degli strani totanetti neri con il rezzaglio. Il reef, dove batte l’onda, è in lontananza con dei pali infissi nel corallo per delimitare i passaggi alle barche. La spiaggia non pulita ma vera, con tutti quei residui che la stagione delle piogge appena trascorsa ha trasportato dalla terra al mare e dal mare alla terra. Il buon vecchio Ernest avrebbe sicuramente gradito il luogo.
Vedo la carcassa di una Toyota abbandonata che era uno dei punti di riferimento. Chiamo Rodolfo e lui spunta dalla porta con zanzariera di una tipica casa di legno di quei posti.  Mi offre una fra le birre più buone della mia vita che mi gusto guardando il suo pappagallo che sta appollaiato su un ramo, mentre lui prepara un po’ di roba da pesca.
Si rovescia e si tira la barca in acqua e via alla volta del pass a forza di remi. L’acqua non era chiara e c’era un po’ di onda lunga.  Faccio un bel po’ di lanci a filo di reef. Provo diversi artificiali sondando tutte le profondità. Elimino il cavetto di acciaio e metto un terminale di lenza con grub siliconici ballonzolandoli in verticale. Niente. Niente io, niente Rodolfo che pescava a fondo. Esasperato perché volevo prendere perlomeno un pesce  (quello della bandiera!) metto un piombo e l’amo con un pezzo di polpo…Ebbene si non sono un purista. Niente! Perdo la mia dignità di spinner per niente. Rodolfo prende la decisione più saggia: andiamo a farci una carbonara!
Si mangia una carbonara fatta con tutti i crismi del caso, con le uova delle galline dei Carabi, si beve si ragiona di pesci, di barche, di donne e di mari.
Dopo pranzo si rassetta e, mentre Rodolfo si cambia per andare lavorare, faccio in tempo a farmi quasi staccare un dito da quello stronza della sua pappagalla Titta.
Titta è in pratica come un cane per Rodolfo, che invece di portarla al guinzaglio se la porta permanentemente sulla spalla. Fortunatamente, gli otto chilometri per tornare al villaggio me li sono fatti con il pullman del personale di servizio del secondo turno del villaggione, scroccando un bel tour fra suoni colori e odori della vera Roatan. Se l’avessero saputo, quelli dell’organizzazione, me lo avrebbero addebitato di certo.
Comunque, per rifarsi della magra pescata, Rodolfo mi ha invitato ad ottobre 2002 a casa sua in Capraia dove ha la barca, a pescare i totani, altra mia grande passione.
Più o meno vi ho detto tutto o almeno le cose più importanti. Per esprimere un giudizio complessivo sull'isola ed il viaggio è necessario separare la parte pesca dal resto.
La pesca non è stata eccezionale, però esplorare posti nuovi con una canna in mano e qualche pescino finto addosso è divertente lo stesso. Ritengo che la parola “pescare”, almeno nell’accezione sportiva del termine, non significhi propriamente “prendere pesci”, per quello o si tirano le reti o si va dal pesciaio, ma individuare quella combinazione di elementi, principalmente luoghi tecniche e circostanze, che ci possa dare la massima probabilità di catturare le prede desiderate.
Il posto comunque è bello e comodo per le signore amanti dell'assoluto relax come la mia.   
Le due cose più fastidiose sono le sand flies e gli animatori, del tutto fuori luogo, che fanno un po’ troppo casino.
Al villaggio si sta bene, ma attenti alle escursioni: i soliti animatori ve le sponsorizzano all’esasperazione, costano molto e, perlomeno quelle sull’isola, non sono un granchè. A West End, tipico villaggetto caraibico, è meglio andarci a piedi dalla spiaggia. Il diving, dicono che sia funzionale e le immersioni belle. Ai delfini andateci con mezzi reperiti sul luogo.
Carlo’s Tips: Se partite almeno in due pescatori, penso sia possibile raggiungere la punta dell’isola con quelle specie di canoe chiuse ed inaffondabili (foto canoe) che il villaggio mette a disposizione. Io, da solo, non me la sono sentita. Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, ho sempre pescato abbastanza pesante per cercare evitare di prendere i numerosi pesci di barriera. I periodi migliori per pescare, mi hanno detto, sono quelli di luglio e agosto dove c'è molta mangianza vicino riva. Ma, se permettete, in luglio ed agosto me ne sto nel mio Mediterraneo.
Se non l’avete, fatevi prestare un cellulare triband per chiamare casa, altrimenti al villaggio vi spellano con il satellitare.
Ah, dimenticavo, l'ultima mattinata che avevamo a disposizione sull'isola, dopo che avevo lavato e impacchettato le canne e artificiali, sono andato a fare uno degli ultimi splendidi bagnetti sul reef con la maschera e cosa ho visto? In 80 cm di acqua, sulla sabbia, vicino alla battigia, c'erano un centinaio di bonefish che pascolavano. Li ho guardati e basta, non avevo nemmeno la macchina fotografica.

Il Vostro affezionatissimo

Carlo Galli