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Asencion
Bay fa parte della biosfera di Sian Ka'an (nella foto l'ingresso alla
riserva), che in lingua Maya significa "il posto dove inizia il
cielo", un'area protetta di 528 mila ettari dichiarati nel 1986 dall'
UNESCO patrimonio dell' umanità e che fa parte di quel 20% di
territorio nazionale che il governo messicano ha destinato a parco naturale.
Per chi fosse interessato a saperne di più:
www.siankaancons.org

La
penisola dello Yucatan appartiene al territorio messicano e si affaccia sul
Mar dei Caraibi. E' costituita da 3 stati lo Yucatan, il Campeche ed il
Quintana Roo.
Asencion Bay fa parte di quest'ultimo.

Tulum è l'unica
città Maya che si affaccia sul Mar dei Caraibi. Costruita come un
fortilizio e circondata da una cinta muraria era un avamposto di grande
importanza strategica; sorse nel tardo Periodo Classico, intorno al
900. Il nome Tulum significa muraglia o fortificazione e fu dato al
sito in tempi moderni, il suo nome originale era Zama.
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Report di una
giornata indimenticabile
27
febbraio 2001 - ore 6,00 a.m..
I primi bagliori dell'alba tropicale mi fanno compagnia mentre esco dalla
strada statale 307 Cancun-Tulum e svolto a sinistra in direzione di Boca
Paila, passando per una piccola zona turistica composta da alberghetti e
ristoranti tipici messicani. Dopo circa 20 chilometri in cui le costruzioni
diventano sempre più rade fino a scomparire del tutto, arrivo finalmente al
chek point militare che segna l'ingresso all'interno della biosfera di Sian
Ka'an, di cui Asencion Bay fa parte. Dopo una breve formalità con un
giovane militare ancora assonnato (è l'esercito ad occuparsi della
protezione del parco), proseguo la strada in direzione di Punta Allen
passando sotto un arco che segna l'inizio della biosfera. Dopo qualche
chilometro mi accorgo con piacere che la vegetazione tropicale, sempre più
fitta, sembra volersi riprendere anche quei pochi metri di "carrettera"
in cui l'asfalto è solo un lontano ricordo. Poco dopo, attraversato un
malfermo ponte di legno, lo
spettacolo dell’alba caraibica mi offre un paesaggio da lasciare il fiato
sospeso: una sottile striscia di terra divide a sinistra una spiaggia
bianchissima ed un sole che fa capolino in mezzo al mare, mentre alla mia
destra la foresta tropicale lascia spazio ad una laguna fitta di mangrovie.
Sono ormai a pochi chilometri da Chenchomac, dove mi aspetta Rogelio Velasco,
il titolare del Lodge Pesca Maya; ci eravamo conosciuti qualche mese prima
su internet, tramite uno di quei tanti forum di pesca che animano le noiose
notti invernali e, un pò alla cieca, avevo concordato con lui un'ipotetica
data per pescare nella Baia dell'Ascensione. Non sò come, ma adesso, a
qualche mese di distanza e ancora un poco incredulo, mi trovavo dall'altra
parte del mondo a guidare una macchina in mezzo ad una foresta tropicale per
incontrare uno che non non
avevo mai visto in faccia.
ore
7,00 a.m.
Arrivato
al lodge mi accoglie Brian, un inglese trasferitosi ai Caraibi ormai da 16
anni, che fa da coordinatore dell'attività di pesca del lodge. Rogelio ci
raggiunge subito dopo e in capo a 15 minuti ci sembra di conoscerci da una
vita. E' in questo momento che mi rendo veramente conto di dove sono: credo
che ci sia stato lo zampino del destino nel farmi acquistare un biglietto
aereo, sbattere bagagli ed attrezzatura nelle valige e volare a Cancun,
riuscendo a dimenticarmi per qualche giorno del lavoro e di tutto il resto.
ore
8,15 a.m.
Con Rogelio ci incamminiamo verso
un piccolo pontile in legno dove ci aspettano Xavier e Caesar, le due guide
di origine maya che solitamente accompagnano ciascuna coppia di pescatori
sulle pangas. Il
panga, è la tipica imbarcazione locale: una specie di gozzo semidislocante,
costruito in legno, lungo quasi otto metri, incredibilmente stabile sia con
mare calmo che con mare mosso e capace di un pescaggio di soli 30 cm. Dopo
circa 45 minuti di navigazione, arriviamo in prossimità di un gruppo
di isolotti di mangrovie stretti ed allungati che le piantine indicano con
il nome di Cayo Culebro; mentre Cesar spegne il motore ed iniziamo a
muoverci con il solo ausilio della palanca, una lunga asta di legno che
serve a spingere l’imbarcazione in acque basse, Rogelio, il titolare del
lodge, mi spiega che siamo in zona di permit e mi ricorda tre regole
fondamentali per pescare sulle flats: "effettua il lancio solo dopo
aver avvistato il pesce, lancia nella direzione verso cui si dirige il
pesce, non lanciare oltre la posizione del pesce stesso".
Il
permit o "trachinotus falcatus" è uno dei pesci più diffidenti e
nervosi delle flats, sempre in continuo movimento, con un corpo schiacciato
e dai riflessi argentei, che ben si mimetizza su qualsiasi fondale.
Solitamente si ciba di granchi e gamberi cercandoli sul fondo; rispetto ai
bonefish predilige acque leggermente più profonde e possibilmente non
troppo distanti dal mare aperto; è in quei momenti in cui cerca il cibo sul
fondo che si può lanciare un artificiale molto leggero a breve distanza da
lui, possibilmente sul lato verso cui lui è naturalmente diretto e sperare
di poterlo allamare.
Ore 9,45 p.m.
Nel
frattempo Xavier si è portato accanto a me a prua e dopo nemmeno tre minuti
di attesa mi sussurra: "Mira, mira palometa!",
indicandomi un punto poco distante. Malgrado gli occhiali polarizzanti e la
visiera ben calcata sulla fronte ad assorbire
qualsiasi
rifrazione di luce vedo il permit solo all’ultimo momento e troppo tardi
per lanciare. Qualche minuto più tardi una coppia di permit si fa vedere
quasi parallela all’imbarcazione, ma poi prosegue il nuoto in tutt’altra
direzione. Il panga continua a scivolare silenzioso sulla flat e poco più
tardi un altro permit incrocia la nostra rotta; Xavier si sbraccia per
indicarmi la posizione. E' a 10
metri da me e posso distinguere nitidamente la splendida livrea argentea e
ad un tratto ho persino l’impressione che i nostri occhi si incrocino per
un’interminabile, lunghissimo istante. Avevo sognato di poter prendere un
permit a spinning da anni ed ora finalmente mi trovo lì, di fronte a lui,
ma riesco solo a rimanere immobile come un salame a guardarlo. Su
incitazione di Xavier cerco
di effettuare il lancio, ma non appena muovo il braccio per caricare il
permit scarta lateralmente e scompare. Proseguiamo la navigazione nel
silenzio più assoluto e ci avviciniamo ad un fondale basso e sabbioso, i
cui colori sembrano disegnare un'isola surreale. "Palometa,
11 o' clock, 50 feet" mi sussurra nuovamente
Xavier e cercando di italianizzare il suo inglese conclude incitandomi:
"Casta Alejandro, casta!".
Vedo distintamente la sagoma del permit: non è molto
grande ed è vicino al fondo, intento a cercare i crostacei di cui si nutre.
Il wobbler in marabou vola nell'aria e tocca delicatamente la superficie
dell'acqua circa un metro e mezzo davanti al permit. Osservo il suo
affondamento a zig zag ed ho l'impressione che anche il permit
lo abbia scorto. Non appena avverto che il wobbler ha toccato il fondo
inizio dei piccoli movimenti con strappi molto leggeri. Il permit si muove
verso l'artificiale,
ma commetto l’errore di spostare lo sguardo sulla frizione
del mulinello e quando cerco nuovamente il permit non lo vedo più.
Nello stesso momento in cui penso di averlo perso e rilasso i muscoli
dell'avambraccio la frizione inizia quel "canto" caro a tutti i
pescatori; la fuga dapprima leggera ed incerta diventa immediatamente forte
e potente, quasi sproporzionata rispetto alla mole del pesce. Con la prima
fuga il permit porta via una cinquantina di metri di lenza e Xavier ne
approfitta per portare l’imbarcazione sui bassi fondali poco distanti da
noi; è una vera fortuna perché ho le gambe arse dal sole e l'acqua
mi offre un minimo di refrigerio. Dopo
alcuni minuti di pumping vedo il permit avvicinarsi, ma non appena si rende
conto
della mia presenza parte in una seconda fuga altrettanto poderosa; come già
avevo fatto in precedenza con il
mulinello tarato ad un terzo del carico di rottura (12 libbre) controllo la
fuga rallentando di tanto in tanto la bobina con il palmo della mano. Dalle
reazioni sempre meno vigorose mi rendo conto che il pesce inizia a stancarsi
e decido di forzare il recupero; qualche minuto più tardi il permit è ad
un passo da me e malgrado sia stremato dalla fatica cerca di effettuare un’altra
fuga che blocco immediatamente fermando la bobina con il palmo della mano.
Nel
frattempo è arrivato anche Xavier che afferra delicatamente il pesce, lo
slama e tenendolo con una mano per la coda e con l’altra sotto il ventre
lo obbliga a nuotare per
qualche decina di metri in modo da riossigenarlo. Non appena il pesce
accenna dei colpi di coda lo libera e rimango ad osservare la sua
sagoma allontanarsi e scomparire in mezzo a quelle acque argentee.
Ore 11,30 p.m.
Giusto il tempo di controllare la macchina fotografica, mettere un altro
rullino e si riparte; questa volta la destinazione è a qualche minuto di
navigazione: una piccola e bianchissima spiaggietta sull' ultimo isolotto di
mangrovie verso ovest, con i ruderi di un antico faro di segnalazione. Non
appena ci avviciniamo Xavier mi indica i
bonefish; prendo la Loomis caricata con lenza da 6 libbre e dei minuscoli
jig da 4 gr. ed effettuo i primi lanci, ma malgrado il peso quasi
infinitesimale dei jig i bones
scattano
nervosissimi non appena sentono l’impatto con la superficie dell’acqua e
si allontanano. Dopo diversi tentativi inutili incrocio lo sguardo di Xavier
che scuote la testa: “Ci devono essere barracuda o tarpon nelle vicinanze”
sentenzia e continua ad osservare la superficie dell’acqua in direzione
opposta alla riva. Poi prende la mia Sage da 12 libbre, rinforza il
terminale con l’aggiunta di un piccolo spezzone dello 0,50 e mi dice di
lanciare verso il largo. Il
risultato non si fa attendere ed un barracuda inizia a portare via lenza dal
mio mulinello. In
questi ultimi anni, forse in virtù di una sempre maggior diffusione della
pesca sportiva sulle flats, si è via
via formato una sorta di pensiero “pseudo purista” che, oltre ad eresie
tipo il considerare il flat fishing una specie di “estensione” della
pesca in acque dolci ha decretato quali pesci siano prede “nobili” e
quali no e tra le prede titolate non figura il barracuda. Personalmente
posso solo dire che tutti i barracuda presi hanno combattuto al pari dei
permit, sbobinando lenza dal mulinello per più volte consecutive ed
arrendendosi solo quando sono venute a mancare le forze.
Ore 14,30 p.m.
Più
tardi, dopo una pausa per un pranzo a base di panini e cerveza messicana,
arriva il classico momento in cui in barca si perde quella “tensione”
che ha caratterizzato la
giornata e ci si rilassa tra racconti di pesca e divagazione di vario
genere. Nella mia vita di pescatore credo di essere sempre stato
estremamente fortunato ed è proprio in quei momenti in cui cerco di
riportare la giusta “tensione” tra il gruppo di pesca che me ne vado in
prua ed effettuo una serie di lanci a casaccio e, spesso, capita la preda
“outsider” che riporta tutti alla realtà ed alla ragione per cui ci
troviamo lì. Dopo aver effettuato una serie di lanci sondando i vari strati
di acqua, noto che siamo vicino ai bordi di una specie di gradino
longitudinale, discretamente più profondo dell’acqua circostante. Lancio
il mio jig verde scuro il più lontano possibile e lo lascio affondare per
una decina di secondi prima di recuperarlo con brevi fughe alternate a
piccole pause.
Dopo
qualche secondo di recupero sento la canna piegarsi sotto uno sforzo potente
e deciso come mai quella 12 libbre aveva sopportato
in precedenza e inizialmente devo persino piegare le ginocchia per
contrastare la furia che si trova dall’altra parte della lenza.
Immediatamente dopo, ad una ventina di metri da me, salta fuori dall’acqua
un tarpon talmente grande che persino Rogelio e Xavier esclamano per la
sorpresa.
Un
secondo salto immediatamente successivo mi fa riprendere dalla sorpresa e mi
rendo conto che dall’altra parte c’è un tarpon sui 50 kg. che non ha
nessuna voglia di rimanere attaccato alla mia lenza. Durante i primi due
salti mi dimentico completamente di abbassare il cimino fin dentro l’acqua
per evitare di avere la lenza in bando, mentre durante la fuga del tarpon in
acqua mi rendo conto che lo sforzo a cui è sottoposta l’attrezzatura è
veramente al limite, con l’archetto del mulinello che tende a sollevarsi.
Dopo un mare di imprecazioni per non aver usato la canna con il rotante o
quella da 30 libbre sento improvvisamente la lenza fermarsi. E’ lui che
torna verso di me e riavvolgendo la lenza come un forsennato riesco a
recuperare il punto di tensione fino a che, a nemmeno quindici metri dalla
barca, il nostro Silver King effettua un’altro salto e immediatamente dopo
ancora un’altro, con la testa che si agita da una parte e dall’altra e
riesco persino a vedere nettamente il mio jig saltare fuori dalla bocca e
ricadere in mare. Tre minuti o poco più! Tanto è durato il combattimento,
ma per me è stata un’eternità! Xavier si fa a pezzi per cercare di
trovare qualche altro giant tarpon nelle vicinanze, ma sento che quella è
stata un’occasione quasi unica: malgrado le catture di bonefish e baby
tarpon dei giorni successivi, il permit ed il mio outsider caraibico del
primo giorno rimarranno uno dei ricordi più belli del Messico.
Per
chi fosse interessato ad avere
maggiori
informazioni sul Pesca Maya:

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