VI PIANO TRIENNALE PER LA PESCA E L’ACQUACULTURA.

Pubblicato sulla G.U. n. 172 del 25 luglio 2000.

 

 

 

PREMESSA GENERALE E STATO DI ATTUAZIONE DEL SESTO PIANO

 

1.1
La Pesca italiana, comprensiva della acquacoltura, nelle dimensioni economica, sociale, ecologica, normativa ed amministrativa, ha raggiunto un livello di complessità e di interazioni tali da poter essere considerata un " sistema", nell’ambito delle più ampie politiche agroalimentari ed ambientali nazionali ed europee. La legge 41, del 1982, rappresenta il riferimento normativo che, unitamente ai regolamenti ed agli interventi strutturali europei, ha indirizzato, per le parti di pubblica competenza, l’evoluzione del settore, attraverso l’utilizzazione dei piani triennali come strumento programmatorio.

1.2
Superata di fatto la fase preliminare di piano, in cui la pesca italiana ha ricercato una propria identità, a partire dal 1982 è iniziato un periodo di continua innovazione con la ridefinizione dei compiti della amministrazione. La stessa ricerca per la pesca, ha avuto la giusta attenzione per poter raggiungere una dimensione e livelli adeguati di qualità per supportare le politiche di indirizzo e le scelte gestionali.

1.3
Una seconda fase evolutiva del settore ha riguardato gli anni in cui hanno trovato applicazione il terzo, quarto e quinto Piano triennale, cioè quelli che dalla fine degli anni ’80 hanno accompagnato la pesca alle soglie del 2000. E’ del tutto evidente la totale diversità delle due fasi storiche . Diversità che si riconosce nella evoluzione degli obiettivi identificati, nella crescita della struttura produttiva, nella capacità di proposta e gestione, nel ruolo assegnato a ciascuna delle componenti attive del settore, ma, soprattutto, nella collocazione del sistema pesca nell’ambito dell’economia nazionale, comunitaria ed internazionale.

1.4
Se la prima fase iniziale era caratterizzata dalla necessità di individuare i riferimenti organizzativi, gli strumenti di gestione e definizione di un modello di sviluppo riconoscibile ed in grado di assolvere ai compiti definiti dal legislatore, la seconda fase è stata caratterizzata dagli sforzi di maturazione e di affermazione di un sistema gestionale complesso nel contesto dell’economia e delle politiche ambientali nazionali e comunitarie.

1.5
Contemporaneamente alle dinamiche nazionali il ruolo delle organizzazioni internazionali impegnate nella gestione delle risorse marine viventi è andato affermandosi sempre più nel corso degli anni ’90. La pesca italiana è dunque entrata a pieno titolo nelle problematiche di nuova generazione che hanno dato nuove dimensioni alla pesca mondiale. La necessità di conservare le risorse biologiche, per loro natura limitate, l’attuazione delle politiche di decentramento alle Regioni, le nuove relazioni con i Paesi mediterranei sempre più attivi in pesca, il sovrapporsi del sistema di regolazione europeo a quello nazionale, il nuovo ruolo del CGPM , dopo la conferenza diplomatica di Venezia, ha messo sulla scena i nuovi attori.

1.6
In questo senso, il VI Piano triennale segnerà l’avvio di una ulteriore fase in cui le precedenti esperienze andranno approfondite, soprattutto attuando dal centro le politiche di indirizzo che lo Stato è chiamato a svolgere, con una forte impronta di sussidiarietà verso le funzioni decentrate e con una crescente politica di deleghe ai pescatori operatori di una pesca responsabile. Di seguito verranno elencate alcune dei principi e delle priorità che, in vario modo, hanno contribuito alla definizione degli obiettivi e degli strumenti del VI Piano triennale nella sua fase preparatoria:

·         Lo sfruttamento delle risorse biologiche deve essere attuato in modo sostenibile, tale da garantirne la disponibilità alle future generazioni.

·         Lo stato delle risorse non consente di aumentare lo sforzo di pesca, al contrario è necessario attuare strategie di riposo biologico, o di riduzione dei mezzi impiegati nella cattura, anche se possono esistere casi non del tutto riconducibili ai principi sopra esposti. Questo porta ad una regolazione della attività di pesca che richiede interventi armonizzati tra conservazione naturale e difesa delle attività economiche e dell’occupazione. Questo aspetto non regolato porta anche ad aspri conflitti tra le parti, e non necessariamente alla conservazione delle risorse

·         La biodiversità assume valore intrinseco, così come le sue componenti a livello ecologico, genetico, sociale, economico, scientifico, educativo, culturale, ricreativo, ed estetico. Non sono più le sole specie di interesse economico oggetto esclusivo di valorizzazione, gli Stati sono impegnati nella conservazione della biodiversità negli spazi di propria sovranità. Dunque gli Stati, e le loro articolazioni territoriali amministrative, dovranno assumere la responsabilità della salvaguardia degli interi ecosistemi.

·         La politica di decentramento porterà le Regioni ad essere attori importanti del cambiamento, poiché più vicine alle realtà locali per tutti quegli interventi che non investono le competenze dello Stato in materia di risorse marine.

·         La crescita delle organizzazioni di categoria ha portato gli operatori della pesca a giocare un ruolo attivo, con una crescente partecipazione e capacità propositiva per modelli di uso innovativo delle risorse e con l’arricchimento di servizi nell’ambito del sistema pesca. Lo sviluppo di attività come il pesca-turismo, la partecipazione alla politica attiva per le aree marine protette ne è un esempio.

·         La ricerca scientifica ed economica finalizzata alla pesca ed alla acquacoltura ha assunto un crescente carattere interdisciplinare, acquisendo capacità di analisi di sistemi complessi.

·         Il mondo ambientalistico, pur perseguendo la politica di denuncia e di allarme sullo stato di alcune risorse a rischio, pur denunciando le pesche illegali, sta assumendo posizioni più attente alle problematiche sociali ed economiche connesse con l’uso delle risorse rinnovabili.

·         Il Governo inaugurando una fase di programmazione basata sulla concertazione tra le parti, con un forte impegno della pubblica amministrazione a ridurre gli effetti della centralizzazione, ha avviato un processo che apre prospettive per le opportunità competitive necessarie per lo sviluppo di una pesca sostenibile. L’arricchimento del quadro normativo, con strumenti a supporto di servizi generati nel mondo della pesca, come il pesca-turismo, possono avviare processi economici basati sull’uso che non consuma le risorse marine viventi.

·         Cresce, anche all’esterno del sistema pesca, la percezione del ruolo dell’inquinamento e dello stato di degrado complessivo delle coste sulla "salute" delle risorse biologiche viventi. L’attenzione non è più focalizzata esclusivamente sugli impatti della pesca, che comunque vanno minimizzati.

·         Lo sviluppo della acquacoltura, che risulta essere uno dei sub-settori a più rapida crescita, dopo una fase di aspettative positive sta evidenziando i suoi limiti, sia di mercato che ambientali. Nessuno mette in dubbio il ruolo strategico delle produzioni da allevamento di organismi acquatici, ma la necessità di promuovere modelli di acquacoltura responsabile, nelle logiche dello sviluppo sostenibile, risultano prioritarie per restituire competitività, sia attraverso una migliore immagine, sia grazie a politiche di certificazione ed integrazione della acquacoltura nelle politiche territoriali finalizzate alla gestione della fascia costiera ed ai contesti rurali. Per l’acquacoltura, settore di competenza regionale, come è stato confermato anche in recenti intese interistituzionali, l’Amministrazione centrale ha compiti di indirizzo e coordinamento anche attraverso la Commissione per la sostenibilità di cui si dirà più avanti.

·         Il conforto dalla elaborazione internazionale del Codice di Condotta FAO 95, pur nell’ambito della applicazione volontaria da parte degli Stati, i contenuti della politica europea della pesca, i contenuti della Agenda 2000 con riferimento ai ruoli ambientali in agricoltura, ed alcuni passaggi sul ruolo dello sviluppo rurale, mutuabili nei contenuti al mondo della piccola pesca, sono tutti acceleratori della centralità di logiche di uso sostenibile per una politica attiva e non marginale della pesca. Questa nelle logiche di mercato correnti risulta fortemente dipendente dal sistema di aiuti, se condizionata da politiche restrittive sull’esercizio della cattura .

1.7
Di conseguenza, i ruoli dei diversi attori del sistema devono essere ridefiniti in una logica di programmazione, all’interno della quale occorre tenere presente l’azione di governo che è stata ed è caratterizzata da un’accelerazione del processo di decentramento amministrativo e di potenziamento delle autonomie locali. In questo senso, la collaborazione fra i diversi livelli amministrativi, in particolare fra lo Stato e le Regioni, non potrà che essere sviluppata in un quadro di trasparenza e chiarezza rispetto alle specifiche competenze. Non vi è dubbio che l’azione di governo del sistema richieda una crescente assunzione di responsabilità ai diversi attori ed, in particolare in questo contesto, un approccio programmatorio dal basso verso l’alto non può che contribuire al miglioramento dell’efficienza complessiva.

1.8
Attraverso il VI Pano triennale l’amministrazione centrale intende sviluppare gli strumenti relazionali in questa direzione e darà opportuno seguito, per quanto di competenza, al potenziamento delle esigenze di informazione e creazione di reti telematiche dedicate a potenziare lo scambio di informazioni fra i diversi livelli amministrativi e gli utenti finali. Gli orientamenti governativi in tema di Società dell’Informazione consentono l’individuazione dei canali operativi attraverso i quali potrà essere garantita una più efficiente azione di governo del sistema in un quadro programmatico definito.

1.9
In conclusione, la centralità delle politiche ambientali nella pesca e nella acquacoltura, come regolatori delle attività economiche, per le relazioni di dipendenza totale tra imprese e libertà d’accesso delle stesse alle risorse, ed anche per le dinamiche generate dal confronto tra difesa delle risorse collettive ed interessi leciti del mondo del lavoro, richiede la istituzione di una Sottocommissione del Comitato di Gestione per l’uso sostenibile delle risorse acquatiche viventi. Questa avrà il compito di identificare gli indicatori di sostenibilità per la pesca e per l’acquacoltura, nelle dimensioni Economica, Sociale, Ecologica e di "Governance", serviranno da regolatori accessori nella allocazione di contributi in conto capitale e conto interesse alle imprese, identificando comportamenti compatibili con la conservazione delle risorse. Aiuteranno il processo di certificazione, agevoleranno trasparenza, equità e solidarietà, alla base di qualsiasi modello realmente sostenibile. Aiuteranno il processo di scelta dei consumatori anche grazie ad una migliore comunicazione tra le parti, principalmente produttori e consumatori. Miglioreranno le relazioni tra imprese e Stato e Regioni, con effetti positivi attesi sul fisco che non possono essere disgiunti da "comportamenti e da impegni verso l’ambiente".

TITOLO I - L'ATTIVITA' IN MARE

1. Il naviglio per regioni e sistemi di pesca

1.1