|
SUMMIT
SULLA TERRA.
IntroduzioneNel decennio che ha seguito l'adozione della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare, avvenuta nel 1982, la pesca in alto mare è divenuta uno dei principali problemi internazionali. La Convenzione garantiva infatti a tutti gli Stati la libertà di pescare in alto mare senza alcun vincolo, ma gli Stati costieri, ai quali la Legge del Mare conferisce diritti economici esclusivi, compreso il diritto di pescare entro un raggio di 200 miglia dalle proprie coste, hanno cominciato a lamentare il fatto che a causa delle flotte che pescano in alto mare si stanno riducendo le catture nelle loro acque nazionali. Il problema riguarda le popolazioni ittiche che "vivono a cavallo" dei confini delle 200 miglia delle zone economiche esclusive (exclusive economic zones - EEZ), come ad esempio il merluzzo fuori dalla costa orientale del Canada e il gado nel Mar di Bering, nonché specie altamente migratorie quali il tonno ed il pesce spada, che si muovono incessantemente fra le EEZ ed il mare aperto. Agli inizi degli anni '90 , secondo i
dati dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e
l'Agricoltura (Food and Agricultural Organization of the United Nations -
FAO), numerose famiglie di pesci con valore commerciale cominciarono ad
assottigliarsi. Non appena il pescato ha cominciato a diminuire, gli Stati
costieri si sono lamentati per il fatto che le battute di pesca su scala
industriale condotte in alto mare dai cosiddetti Stati situati in "acque
distanti" stavano minando i loro sforzi per preservare e ripopolare le
riserve di pesce all'interno dell'EEZ. Nell'Atlantico settentrionale, il Canada catturava e confiscava una barca spagnola con il suo equipaggio, reo di pescare nelle acque internazionali appena dentro il limite delle 200 miglia dalle coste canadesi. Gli
Stati costieri maggiormente preoccupati durante le trattative sull'impatto
della pesca in alto mare per le conseguenze sul loro prodotto nazionale
comprendono Argentina, Australia, Canada, Cile, Islanda e Nuova Zelanda. Sei
nazioni sono invece responsabili per il 90 per cento della pesca da
"acque distanti": Russia, Giappone, Spagna, Polonia, Repubblica di
Corea, e Taiwan provincia della Cina. Anche gli Stati Uniti d'America hanno
un ruolo importante nella pesca in alto mare, specialmente per quel che
concerne la caccia al tonno, mentre negli ultimi anni la Cina è divenuta una
delle nazioni più attive nel settore della pesca. All'Earth
Summit - la Conferenza ONU su Ambiente e Sviluppo, tenuta a Rio de Janeiro
nel Giugno 1992 - i Governi hanno chiesto alle Nazioni Unite di trovare una
maniera per preservare le razze ittiche e prevenire l'insorgere di conflitti
internazionali causati dalla pesca in alto mare. La Conferenza ONU sulle
Famiglie di Pesci che Vivono a Cavallo di Zone Diverse e sui Pesci Altamente
Migratori tenne la sua prima riunione a ranghi completi nel Luglio 1993. Dopo
sei sessioni negoziali, il 4 Dicembre 1995 venne sottoposto a ratifica un
Accordo legalmente vincolante. Il Problema AmbientaleLe
attività di pesca commerciale stanno travalicando le capacità ecologiche
degli oceani, disfacendo quell'intricata ragnatela di vita marina che rende
il mare una parte vitale del sistema a supporto della vita sulla terra.
Secondo la FAO, pressappoco il 70 per cento di tutte le famiglie ittiche sono
o pienamente sottoposte ad uno sfruttamento intensivo (44 per cento), o
sovra-sfruttate (16 per cento), o estinte (6 per cento), o stanno recuperando
molto lentamente una fase di sovra-sfruttamento (3 per cento). In
un terzo delle più importanti regioni ittiche mondiali, il pescato ha avuto
un decremento del 20 per cento o più rispetto agli anni più fruttuosi. A
meno di cambiamenti che spazzino via i metodi di pesca attuali e di azioni
riparatorie che consentano alle famiglie di pesci minacciati di estinzione di
rigenerarsi, le riserve di pesca del pianeta dovranno far fronte ad un
possibile collasso. Le
attività umane che mettono a repentaglio i pesci comprendono: il versamento
di petrolio in mare; la distruzione delle mangrovie sommerse e degli estuari;
l'inquinamento dell'aria da parte delle industrie; la produzione di
nutrienti, pesticidi ed altri materiali che percolano attraverso il terreno
ed inquinano gli oceani. Alcune delle pratiche usate per pescare, quali l'uso
della dinamite sulle barriere coralline per uccidere i pesci, a loro volta
annientano habitat particolari. L'introduzione di specie esotiche in un
ambiente marino, sia essa accidentale o deliberata, può a sua volta nuocere
alle altre specie che vivono in quell'ecosistema. Se
si vuole che la richiesta di cibo proveniente dal mare possa essere
soddisfatta nei prossimi due decenni, sono necessarie delle azioni valide per
la conservazione e la gestione delle aree pescose. I
"colloqui del pesce" delle Nazioni Unite sono stati incentrati
sulla ricerca di modi che nel consentissero di invertire il declino delle
razze ittiche che hanno un valore commerciale, così da assicurare dei
rendimenti sostenibili per il futuro. Un punto nodale nel corso delle
trattative è stato come assicurare la "continuità" dei regimi di
gestione dei luoghi pescosi a cavallo delle EEZ e del mare aperto. Le razze
ittiche altamente migratorie e quelle che vivono a cavallo dei confini
marittimi - che comprendono anche pesce becco, marlin, pescespada, squali
oceanici, sgombri e calamari - nei vari cicli delle proprie vite abitano,
infatti, tanto le aree costiere quanto le acque profonde. All'Earth
Summit, i Governi hanno anche chiesto alle Nazioni Unite di negoziare un
accordo per diminuire le fonti di inquinamento marino basate sulla
terraferma. In
base ad un programma di attività adottato dall'Assemblea Generale ONU nel
Dicembre 1995, gli Stati hanno accettato di ridurre l'inquinamento marino
generato dalle acque di fogna, dalla metallurgia pesante, oli, pesticidi,
nutrienti e rifiuti e di fermare quelle attività che alterano e distruggono
fisicamente gli habitat marini. Il Problema Economico"Troppi
pescherecci che danno la caccia a troppo poco pesce", in questo modo
l'Ambasciatore Nandan, Presidente della Conferenza, sintetizza il problema.
Secondo la FAO, tra il 1970 ed il 1990 le dimensioni delle flotte pescherecce
mondiali sono aumentate di due volte rispetto al tasso di crescita del
pescato catturato globalmente. Questa esplosione nel numero dei battelli da
pesca è ciò che ha contribuito a minare la sopravvivenza delle aree pescose
e la vitalità della stessa industria ittica. Molto
semplicemente, l'industria della pesca è sovracapitalizzata. Attualmente,
circa il 46 per cento dei ricavi per il pescato riportato a terra viene
assorbito come ritorno sull'investimento. Gli
investimenti eccessivi effettuati negli anni precedenti ha prodotto troppe
barche, molte delle quali sono oggi troppo vecchie ed economicamente
inefficienti per operare. Per raggiungere il pareggio dei costi, esse
dovrebbero portare a terra un numero di prede sempre maggiore. Così,
numerose flotte continuano ad operare solo grazie al sostegno dei sussidi
statali. In tutto il mondo i sussidi governativi all'industria della pesca
ammontano a 54 miliardi di dollari all'anno. Ci
si aspettava che la Legge del Mare portasse ad una riduzione delle flotte per
la pesca in acque distanti dalle coste nazionali. Invece, le società hanno
cominciato ad usare degli stabilimenti refrigerati a bordo dei
motopescherecci a strascico oppure delle "navi-madre" che
consentono alle flotte di coprire vaste distanze dalla madre patria e di
rimanere in mare per periodi più lunghi del normale, senza necessità di
ritornare all'approdo. Queste flotte, però, minano le esistenze dei
pescatori locali e privano la povera gente che vive nelle aree costiere di
una forma di sostentamento primaria. E dal momento che la consistenza delle
varie specie ittiche diminuisce, il pesce diviene un alimento sempre più
costoso per i ricchi ed una rarità per i poveri. Queste
"catture-secondarie", che attualmente si stima ammontino a 27
milioni di tonnellate all'anno, vengono rigettate nell'oceano anche se gli
animali hanno spesso subito danni troppo gravi per poter sopravvivere. La Questione PoliticaLe
trattative incentrate sul conflitto fra gli Stati costieri e quelli in acque
distanti. A metà del 1993, il Canada ha dichiarato una moratoria sulla pesca
del merluzzo lungo le sue coste atlantiche sino a che il loro numero non sia
nuovamente cresciuto, togliendo così lavoro ad un numero compreso fra i
20.000 ed i 30.000 pescatori. Negli Stati Uniti d'America, le aree pescose
per i merluzzi, le passere di mare e i salmoni del Pacifico sono virtualmente
crollate. L'Islanda ha ridotto del 50 per cento la pesca entro i confini
nazionali a causa dell'esaurimento delle proprie popolazioni ittiche. Nel
frattempo, flotte straniere non soggette a regole continuano a pescare appena
al di fuori dei confini di queste nazioni. Gli
Stati costieri lamentano il fatto che gli elevati costi sociali ed economici
necessari a mantenere inattivi i pescatori per salvaguardare le specie
ittiche minacciate, non potranno essere sopportate oltre nel caso in cui le
flotte straniere continuino a pescare in alto mare senza alcuna restrizione.
La Russia ha allestito una sorveglianza militare per tenere i pescherecci
cinesi, giapponesi, coreani e polacchi lontani dai merluzzi sottoposti ad uno
sfruttamento intensivo che si trovano nell'aspramente contesa Fossa
dell'Arachide, una piccola zona di acque internazionali circondata dai Mari
Russi. Nel Sud Pacifico, gli Stati delle Isole hanno cercato di fermare i
pescatori di frodo taiwanesi e coreani che davano la caccia ai tonni. Al
tempo stesso, gli Stati in acque distanti presentano ricerche che
suggeriscono come gli Stati costieri non stiano gestendo in maniera
sostenibile le razze ittiche che si trovano nelle loro acque territoriali. Ma
secondo le parole di Brian Tobin, che ha parlato nella sua veste di Ministro
per i Mari e per gli Oceani del Canada, con il progredire dei colloqui,
"numerosi Stati costieri hanno realizzato come fosse arrivato il tempo
per sottoscrivere un significativo accordo internazionale e gli Stati che
pescano in acque distanti hanno capito molto bene che era tempo di impegnarsi
seriamente per un'insieme di regolamenti basati su un accordo internazionale,
o di affrontare l'anarchia in alto mare". L'AccordoIn Cosa Consiste l'Accordo Ufficialmente,
il trattato è "l'Accordo per l'attuazione dei provvedimenti della
Convenzione ONU sulla Legge del Mare del 10 Dicembre1982 relativa alla
salvaguardia ed alla gestione delle famiglie di pesci che vivono a cavallo di
zone diverse e sui pesci altamente migratori".
"La
libertà di pescare in alto mare non esiste più così come veniva concepita
dalla vecchia legge del mare. Essa non è più libera per tutti" ha
affermato l'Ambasciatore Nandan al termine dei negoziati. Ai Governi sarà
richiesto di cooperare per regolare la pesca in alto mare, oppure alle loro
navi non sarà più consentito pescare. I
50 articoli dell'Accordo vincolano legalmente i Paesi firmatari a preservare
e gestire in maniera sostenibile le popolazioni ittiche e a risolvere
pacificamente qualunque disputa dovesse sorgere a causa della pesca in alto
mare. Specificamente, il trattato: istituisce
le basi per la gestione sostenibile e la salvaguardia delle aree pescose del
pianeta; affronta
il problema dell'inadeguatezza dei dati sulle popolazioni ittiche; stabilisce
delle quote; richiede
la creazione di organizzazioni regionali per la pesca laddove non esistano; affronta
i problemi generati della persistenza della pesca non autorizzata; stabilisce
delle procedure per garantire la conformità ai suoi articoli, compreso il
diritto di salire a bordo ed ispezionare navi appartenenti a nazioni
straniere; prescrive
opzioni per la soluzione pacifica, obbligatoria e vincolante delle dispute
fra gli Stati.
Conservazione e Misure Gestionali:
La
responsabilità di regolare e far rispettare pratiche di pesca sostenibili
ricade sulle organizzazioni regionali per la pesca, che debbono inoltre
raccogliere, riferire, verificare e scambiare dati sul pescato. Le quote
spettanti agli Stati che pescano in alto mare verranno allocate in base ad un
esame periodico sullo stato delle popolazioni ittiche. L'Accordo
punta a rendere più trasparente l'industria della pesca. I pescatori,
infatti, sono obbligati a riferire alla FAO ed alle organizzazioni regionali
per la pesca, tramite i propri Governi, le dimensioni della loro pesca e la
quantità di pesce che scartano. La volontaria presentazione di rapporti non
veritieri, che si ritiene essere una pratica diffusa, verrà verificata dagli
altri Stati, ai quali viene riconosciuto il diritto di salire a bordo e di
ispezionare i pescherecci per garantire il rispetto degli accordi regionali. Dal
momento che per molte popolazioni ittiche non esistono dati, oppure si tratta
di informazioni inaffidabili, l'Accordo chiede ai Governi di usare
"principi precauzionali" nel progettare i regimi conservativi. Le
organizzazioni regionali hanno il diritto di imporre quote o restrizioni
sulla pesca nel caso in cui abbiano il sospetto che una popolazione sia a
rischio di uno sfruttamento totale. Il principio precauzionale, che obbliga i
Governi ad agire in maniera conservativa nel caso in cui vi sia motivo di
sospettare che si stia causando un grave danno all'ambiente, è alla base di
tutti gli accordi dell'Earth Summit. Solo
gli Stati che hanno accettato di aderire alle misure conservative e
gestionali adottate dalle organizzazioni regionali avranno accesso ai
territori di pesca gestiti da quelle organizzazioni, ma le navi di tutti gli
Stati sono soggetti al rispetto degli Accordi, che lo abbiano sottoscritto o
meno. Meccanismi per il Rispetto dell'AccordoQualunque
Stato che faccia parte di un'organizzazione regionale per le zone pescose può
far rispettare i termini dell'Accordo ad un qualunque altro Stato che
desideri pescare in quell'area. Nelle zone in cui non esistono organizzazioni
regionali, è previsto che gli Stati preoccupati per il declino delle
popolazioni ittiche organizzino proprie istituzioni. Viene lasciato alle
organizzazioni di decidere quali Stati possiedano i requisiti per aderire
alle organizzazioni regionali. Laddove
esistano ragionevoli motivi per ritenere che una nave da pesca stia violando
le regole protettive, lo Stato che ha effettuato l'ispezione può notificarlo
allo Stato di cui la nave batte la bandiera. Se quest'ultimo non risponde
entro tre giorni lavorativi - periodo durante il quale agli ispettori è
permesso di rimanere a bordo - lo Stato che effettua l'ispezione può
sequestrare la nave per condurla nel porto più vicino, ove assumere
ulteriori iniziative. Se lo Stato che ha registrato la nave sotto sequestro
ritiene che le misure adottate siano state prese ingiustificatamente, può
iniziare delle procedure per la risoluzione della vertenza, secondo quanto
previsto dall'Accordo. Le Procedure per le ControversieL'Accordo
richiede che la risoluzione obbligatoria e legalmente vincolante delle
controversie per la pesca in alto mare venga effettuata da una terza parte.
Gli Stati possono scegliere fra le varie opzioni previste dalla Legge del
Mare, che comprende l'appello al Tribunale Internazionale sulla Legge del
Mare, alla Corte Internazionale di Giustizia o ad un tribunale istituito ad
hoc per arbitrare vertenze particolari. Nel
corso delle trattative, il diritto di abbordare ed ispezionare le navi da
pesca che si trovano in acque internazionali è stato oggetto di numerose
controversie. Gli Stati in acque distanti, compresi membri dell'Unione
Europea, giudicavano che la questione dovesse essere determinata dalle
organizzazioni regionali per la pesca. Gli
Stati costieri affermavano invece che il diritto di abbordare ed ispezionare
doveva essere incluso nell'accordo internazionale, dal momento che è
essenziale per garantire il rispetto delle misure per la salvaguardia delle
specie ittiche. L'UE
ha espresso il timore che la pratica potesse condurre alla vessazione ed
all'uso della forza in alto mare. Essa ha affermato che avrebbe cercato di
ottenere clausole più precise da parte delle organizzazioni regionali per la
pesca.
Questioni Non Adeguatamente Trattate nell'AccordoSussidi governativi. Nei
negoziati, numerosi Governi hanno sostenuto che lo stabilire delle quote per
la pesca avrebbe condotto alla diminuzione del numero di barche impiegate
dall'industria ittica. Organizzazioni non governative (ONG) quali Greenpeace,
il Consiglio per la Difesa delle Risorse Nazionali ed il Fondo Mondiale per
la Natura (WWF), hanno affermato che mentre l'Accordo rappresenta uno
strumento significativo per garantire la sopravvivenza delle aree più
pescose del pianeta, per quanto riguarda la necessità di ridurre le capacità
delle flotte esso ottiene solo bugie. Queste stesse ONG hanno richiesto
misure che incoraggino attivamente il disarmo delle imbarcazioni, quali ad
esempio piani per il riacquisto e l'eliminazione dei sussidi statali che
coprono le perdite dell'industria ittica. In tutto il mondo, i sussidi
governativi assommano attualmente a circa 54 miliardi di dollari all'anno.
Attrezzature non selettive. L'Accordo
invita gli Stati ad usare attrezzature selettive, sicure dal punto di vista
ambientale. Alla chiusura dei negoziati, le ONG hanno espresso il proprio
disappunto per il fatto che né gli Stati costieri, né quelli in acque
distanti abbiano sostenuto la messa al bando delle attrezzature non
selettive. Essi hanno affermato che metodi di pesca più selettivi potrebbero
diminuire di circa il 60 per cento entro l'anno 2000 il totale delle catture
secondarie (o degli scarti) ed aiutare a salvaguardare pesci ed altre forme
di vita marina. Gli equipaggiamenti non selettivi più noti comprendono reti
larghe a sufficienza per avviluppare dodici aerei 747 e capaci di catturare
sino a 200.000 libbre di pesce (una libbra equivale a 453 grammi) per
ciascuna gettata; e lenze lunghe fino ad 80 miglia che portano circa 3.000
ami. Oltre ai pesci che si vuole pescare, queste lunghe lenze catturano ed
annegano anche decine di grandi uccelli marini, quali albatros e procellarie,
che vengono prima attratti dagli ami innescati e poi trascinati sott'acqua
dalle lenze appesantite.
Progressi nell'AttuazioneAd
un anno dalla firma dell'Accordo, ben poco è stato fatto per attuare quanto
viene da esso previsto. Nel Dicembre 1996, in un Rapporto all'Assemblea
Generale delle Nazioni Unite, la FAO ed il WWF identificavano i motivi che
avevano causato la lentezza dei progressi e facevano risuonare un nuovo
allarme per lo stato della pesca nel mondo. Secondo
la FAO, i livelli della popolazione ittica non sono migliorati dall'inizio
degli anni '90. Numerose popolazioni con valore commerciale sono ancora
oggetto di una pesca intensiva e scarsamente regolata, mentre altre specie
continuano ad essere pescate indiscriminatamente. sono
stati istituiti solo pochi tra i nuovi meccanismi regionali necessari ad
attuare l'Accordo. nuovi
ordinamenti (disposizioni) per la gestione delle aree pescose sono necessari
per quelle aree in cui esistono delle organizzazioni regionali, come la
Commissione Internazionale per il Sud-est Atlantico e la Commissione
Consultiva Regionale per le Zone pescose dell'Atlantico del Sud-ovest, che
sono inattive. alcune
organizzazioni regionali non hanno un mandato per attuare l'Accordo. alcuni
trattati regionali non sono ancora entrati in vigore, compreso l'Accordo
dell'Oceano Pacifico Orientale per la Pesca del Tonno, sottoscritto nel 1983,
e l'Organizzazione per la Pesca del Tonno nel Pacifico Orientale, ratificato
nel 1989. alcuni
accordi, come i due che regolano la pesca al tonno nell'Oceano Indiano, pur
essendo entrati in vigore, non sono ancora operativi. alcune
organizzazioni, come la Commissione Permanente per il Pacifico Meridionale,
hanno poteri gestionali limitati; altri, quali il Comitato per le Aree
Pescose dell'Atlantico Centrale ed Orientale, sono soltanto degli organismi
consultivi. Fra
gli Stati che non hanno sottoscritto l'Accordo ci sono alcune delle nazioni
che gestiscono alcune fra le principali industrie ittiche mondiali; tra di
esse vi sono Cile, Messico, Perù, Polonia, Tailandia e Vietnam. Il WWF fa
inoltre rilevare come numerosi Stati che hanno giocato un ruolo chiave nelle
trattative non abbiano ancora ratificato l'Accordo e che alcuni Paesi, come
l'Argentina, stanno attualmente sostenendo che l'Accordo non si applica alle
loro organizzazioni regionali. Il WWF asserisce che le Nazioni Unite
dovrebbero, in via prioritaria, creare un meccanismo che garantisca
l'attuazione dell'Accordo da parte delle organizzazioni regionali.
|