SUMMIT SULLA TERRA.


Sessione Speciale dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la Revisione e la Valutazione dell'Attuazione dell'Agenda 21


New York, 23-27 Giugno 1997


Introduzione

Nel decennio che ha seguito l'adozione della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare, avvenuta nel 1982, la pesca in alto mare è divenuta uno dei principali problemi internazionali. La Convenzione garantiva infatti a tutti gli Stati la libertà di pescare in alto mare senza alcun vincolo, ma gli Stati costieri, ai quali la Legge del Mare conferisce diritti economici esclusivi, compreso il diritto di pescare entro un raggio di 200 miglia dalle proprie coste, hanno cominciato a lamentare il fatto che a causa delle flotte che pescano in alto mare si stanno riducendo le catture nelle loro acque nazionali.

Il problema riguarda le popolazioni ittiche che "vivono a cavallo" dei confini delle 200 miglia delle zone economiche esclusive (exclusive economic zones - EEZ), come ad esempio il merluzzo fuori dalla costa orientale del Canada e il gado nel Mar di Bering, nonché specie altamente migratorie quali il tonno ed il pesce spada, che si muovono incessantemente fra le EEZ ed il mare aperto.

Agli inizi degli anni '90 , secondo i dati dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (Food and Agricultural Organization of the United Nations - FAO), numerose famiglie di pesci con valore commerciale cominciarono ad assottigliarsi. Non appena il pescato ha cominciato a diminuire, gli Stati costieri si sono lamentati per il fatto che le battute di pesca su scala industriale condotte in alto mare dai cosiddetti Stati situati in "acque distanti" stavano minando i loro sforzi per preservare e ripopolare le riserve di pesce all'interno dell'EEZ.
I rapporti su episodi di violenza avvenuti fra le navi pescherecce di Stati in acque distanti e le navi di quelli costieri sono divenuti sempre più frequenti, specialmente durante la "guerra del merluzzo", negli anni '70. In questa occasione numerose nazioni, tra cui Gran Bretagna e Norvegia, inviarono navi militari per proteggere i propri pescherecci che operavano in alto mare.
I pescatori spagnoli si scontrarono con quelli inglesi e con i pescatori a strascico francesi in quelle che dovevano essere conosciute come le "guerre del tonno". Prima che l'Accordo delle Nazioni Unite sulle Famiglie di Pesci che Vivono a Cavallo di Zone Diverse e sui Pesci Altamente Migratori venisse portato a termine nell'Ottobre 1995, erano numerose le navi di Stati costieri che avevano aperto il fuoco contro flotte straniere.

Nell'Atlantico settentrionale, il Canada catturava e confiscava una barca spagnola con il suo equipaggio, reo di pescare nelle acque internazionali appena dentro il limite delle 200 miglia dalle coste canadesi.

Gli Stati costieri maggiormente preoccupati durante le trattative sull'impatto della pesca in alto mare per le conseguenze sul loro prodotto nazionale comprendono Argentina, Australia, Canada, Cile, Islanda e Nuova Zelanda. Sei nazioni sono invece responsabili per il 90 per cento della pesca da "acque distanti": Russia, Giappone, Spagna, Polonia, Repubblica di Corea, e Taiwan provincia della Cina. Anche gli Stati Uniti d'America hanno un ruolo importante nella pesca in alto mare, specialmente per quel che concerne la caccia al tonno, mentre negli ultimi anni la Cina è divenuta una delle nazioni più attive nel settore della pesca.

All'Earth Summit - la Conferenza ONU su Ambiente e Sviluppo, tenuta a Rio de Janeiro nel Giugno 1992 - i Governi hanno chiesto alle Nazioni Unite di trovare una maniera per preservare le razze ittiche e prevenire l'insorgere di conflitti internazionali causati dalla pesca in alto mare. La Conferenza ONU sulle Famiglie di Pesci che Vivono a Cavallo di Zone Diverse e sui Pesci Altamente Migratori tenne la sua prima riunione a ranghi completi nel Luglio 1993. Dopo sei sessioni negoziali, il 4 Dicembre 1995 venne sottoposto a ratifica un Accordo legalmente vincolante.
"Questo Accordo ci offre uno strumento per vincere la battaglia per la salvezza dei pesci nel mondo", affermò alla chiusura dei colloqui l'Ambasciatore delle Isole Fiji Satya N. Nandan, Presidente della Conferenza. "Essa conferisce agli Stati sia il diritto alla pesca che l'obbligo di gestire gli stock ittici in maniera sostenibile."

 

 

 

Il Problema Ambientale

Le attività di pesca commerciale stanno travalicando le capacità ecologiche degli oceani, disfacendo quell'intricata ragnatela di vita marina che rende il mare una parte vitale del sistema a supporto della vita sulla terra. Secondo la FAO, pressappoco il 70 per cento di tutte le famiglie ittiche sono o pienamente sottoposte ad uno sfruttamento intensivo (44 per cento), o sovra-sfruttate (16 per cento), o estinte (6 per cento), o stanno recuperando molto lentamente una fase di sovra-sfruttamento (3 per cento).

In un terzo delle più importanti regioni ittiche mondiali, il pescato ha avuto un decremento del 20 per cento o più rispetto agli anni più fruttuosi. A meno di cambiamenti che spazzino via i metodi di pesca attuali e di azioni riparatorie che consentano alle famiglie di pesci minacciati di estinzione di rigenerarsi, le riserve di pesca del pianeta dovranno far fronte ad un possibile collasso.
Sono due i principali fattori che mettono a rischio la sopravvivenza delle razze ittiche altamente migratorie e di quelle che vivono a cavallo dei confini marittimi: la pesca intensiva e l'impatto delle attività umane. Gli sforzi per preservare e gestire la sopravvivenza a lungo termine delle razze ittiche vengono resi inutili dalla pesca intensiva, che viene giustificata con la necessità di ritorni economici più elevati per compensare gli elevati investimenti nell'industria e la sovra-capacità delle flotte pescherecce, che è stata incoraggiata da generosi sussidi governativi.

Le attività umane che mettono a repentaglio i pesci comprendono: il versamento di petrolio in mare; la distruzione delle mangrovie sommerse e degli estuari; l'inquinamento dell'aria da parte delle industrie; la produzione di nutrienti, pesticidi ed altri materiali che percolano attraverso il terreno ed inquinano gli oceani. Alcune delle pratiche usate per pescare, quali l'uso della dinamite sulle barriere coralline per uccidere i pesci, a loro volta annientano habitat particolari. L'introduzione di specie esotiche in un ambiente marino, sia essa accidentale o deliberata, può a sua volta nuocere alle altre specie che vivono in quell'ecosistema.

Se si vuole che la richiesta di cibo proveniente dal mare possa essere soddisfatta nei prossimi due decenni, sono necessarie delle azioni valide per la conservazione e la gestione delle aree pescose.
A tale scopo sono necessarie una maggiore conoscenza delle risorse e dell'ambiente marino, pratiche di pesca più selettive, impianti che utilizzino processi più efficienti ed un migliore addestramento per il personale responsabile della gestione e della conservazione delle risorse che vivono nel mare.

I "colloqui del pesce" delle Nazioni Unite sono stati incentrati sulla ricerca di modi che nel consentissero di invertire il declino delle razze ittiche che hanno un valore commerciale, così da assicurare dei rendimenti sostenibili per il futuro. Un punto nodale nel corso delle trattative è stato come assicurare la "continuità" dei regimi di gestione dei luoghi pescosi a cavallo delle EEZ e del mare aperto. Le razze ittiche altamente migratorie e quelle che vivono a cavallo dei confini marittimi - che comprendono anche pesce becco, marlin, pescespada, squali oceanici, sgombri e calamari - nei vari cicli delle proprie vite abitano, infatti, tanto le aree costiere quanto le acque profonde.

All'Earth Summit, i Governi hanno anche chiesto alle Nazioni Unite di negoziare un accordo per diminuire le fonti di inquinamento marino basate sulla terraferma.

In base ad un programma di attività adottato dall'Assemblea Generale ONU nel Dicembre 1995, gli Stati hanno accettato di ridurre l'inquinamento marino generato dalle acque di fogna, dalla metallurgia pesante, oli, pesticidi, nutrienti e rifiuti e di fermare quelle attività che alterano e distruggono fisicamente gli habitat marini.

 

 

 

Il Problema Economico

"Troppi pescherecci che danno la caccia a troppo poco pesce", in questo modo l'Ambasciatore Nandan, Presidente della Conferenza, sintetizza il problema. Secondo la FAO, tra il 1970 ed il 1990 le dimensioni delle flotte pescherecce mondiali sono aumentate di due volte rispetto al tasso di crescita del pescato catturato globalmente. Questa esplosione nel numero dei battelli da pesca è ciò che ha contribuito a minare la sopravvivenza delle aree pescose e la vitalità della stessa industria ittica.

Molto semplicemente, l'industria della pesca è sovracapitalizzata. Attualmente, circa il 46 per cento dei ricavi per il pescato riportato a terra viene assorbito come ritorno sull'investimento.

Gli investimenti eccessivi effettuati negli anni precedenti ha prodotto troppe barche, molte delle quali sono oggi troppo vecchie ed economicamente inefficienti per operare. Per raggiungere il pareggio dei costi, esse dovrebbero portare a terra un numero di prede sempre maggiore. Così, numerose flotte continuano ad operare solo grazie al sostegno dei sussidi statali. In tutto il mondo i sussidi governativi all'industria della pesca ammontano a 54 miliardi di dollari all'anno.

Ci si aspettava che la Legge del Mare portasse ad una riduzione delle flotte per la pesca in acque distanti dalle coste nazionali. Invece, le società hanno cominciato ad usare degli stabilimenti refrigerati a bordo dei motopescherecci a strascico oppure delle "navi-madre" che consentono alle flotte di coprire vaste distanze dalla madre patria e di rimanere in mare per periodi più lunghi del normale, senza necessità di ritornare all'approdo. Queste flotte, però, minano le esistenze dei pescatori locali e privano la povera gente che vive nelle aree costiere di una forma di sostentamento primaria. E dal momento che la consistenza delle varie specie ittiche diminuisce, il pesce diviene un alimento sempre più costoso per i ricchi ed una rarità per i poveri.
Di solito, le flotte che operano in alto mare utilizzano equipaggiamenti per la pesca non selettivi, che raccolgono indiscriminatamente, spazzandola via, ogni cosa si trovi sulla loro strada - pesci appartenenti alle specie che si vogliono catturare, ma non ancora sufficientemente cresciuti, pesci che appartengono a specie che non interessa catturare ed altra vita marina come molluschi, meduse, tartarughe e focene.

Queste "catture-secondarie", che attualmente si stima ammontino a 27 milioni di tonnellate all'anno, vengono rigettate nell'oceano anche se gli animali hanno spesso subito danni troppo gravi per poter sopravvivere.

 

 

La Questione Politica

Le trattative incentrate sul conflitto fra gli Stati costieri e quelli in acque distanti. A metà del 1993, il Canada ha dichiarato una moratoria sulla pesca del merluzzo lungo le sue coste atlantiche sino a che il loro numero non sia nuovamente cresciuto, togliendo così lavoro ad un numero compreso fra i 20.000 ed i 30.000 pescatori. Negli Stati Uniti d'America, le aree pescose per i merluzzi, le passere di mare e i salmoni del Pacifico sono virtualmente crollate. L'Islanda ha ridotto del 50 per cento la pesca entro i confini nazionali a causa dell'esaurimento delle proprie popolazioni ittiche. Nel frattempo, flotte straniere non soggette a regole continuano a pescare appena al di fuori dei confini di queste nazioni.

Gli Stati costieri lamentano il fatto che gli elevati costi sociali ed economici necessari a mantenere inattivi i pescatori per salvaguardare le specie ittiche minacciate, non potranno essere sopportate oltre nel caso in cui le flotte straniere continuino a pescare in alto mare senza alcuna restrizione. La Russia ha allestito una sorveglianza militare per tenere i pescherecci cinesi, giapponesi, coreani e polacchi lontani dai merluzzi sottoposti ad uno sfruttamento intensivo che si trovano nell'aspramente contesa Fossa dell'Arachide, una piccola zona di acque internazionali circondata dai Mari Russi. Nel Sud Pacifico, gli Stati delle Isole hanno cercato di fermare i pescatori di frodo taiwanesi e coreani che davano la caccia ai tonni. Al tempo stesso, gli Stati in acque distanti presentano ricerche che suggeriscono come gli Stati costieri non stiano gestendo in maniera sostenibile le razze ittiche che si trovano nelle loro acque territoriali.
In un primo momento, molti paesi erano riluttanti ad accettare la necessità di un accordo legalmente vincolante.

Ma secondo le parole di Brian Tobin, che ha parlato nella sua veste di Ministro per i Mari e per gli Oceani del Canada, con il progredire dei colloqui, "numerosi Stati costieri hanno realizzato come fosse arrivato il tempo per sottoscrivere un significativo accordo internazionale e gli Stati che pescano in acque distanti hanno capito molto bene che era tempo di impegnarsi seriamente per un'insieme di regolamenti basati su un accordo internazionale, o di affrontare l'anarchia in alto mare".

 

 

L'Accordo

In Cosa Consiste l'Accordo

Ufficialmente, il trattato è "l'Accordo per l'attuazione dei provvedimenti della Convenzione ONU sulla Legge del Mare del 10 Dicembre1982 relativa alla salvaguardia ed alla gestione delle famiglie di pesci che vivono a cavallo di zone diverse e sui pesci altamente migratori".
Il trattato è stato sottoposto alla firma dei partecipanti il 4 Dicembre 1995 e diverrà giuridicamente vincolante dopo la sua ratifica da parte di 30 nazioni, un processo che richiederà due anni. Quattro anni dopo che sarà entrato in vigore, le Nazioni Unite svolgeranno una conferenza riepilogativa per esaminarne il grado di attuazione.

 


Che Cosa Prevede l'Accordo

"La libertà di pescare in alto mare non esiste più così come veniva concepita dalla vecchia legge del mare. Essa non è più libera per tutti" ha affermato l'Ambasciatore Nandan al termine dei negoziati. Ai Governi sarà richiesto di cooperare per regolare la pesca in alto mare, oppure alle loro navi non sarà più consentito pescare.

I 50 articoli dell'Accordo vincolano legalmente i Paesi firmatari a preservare e gestire in maniera sostenibile le popolazioni ittiche e a risolvere pacificamente qualunque disputa dovesse sorgere a causa della pesca in alto mare. Specificamente, il trattato:

istituisce le basi per la gestione sostenibile e la salvaguardia delle aree pescose del pianeta;

affronta il problema dell'inadeguatezza dei dati sulle popolazioni ittiche;

stabilisce delle quote;

richiede la creazione di organizzazioni regionali per la pesca laddove non esistano;

affronta i problemi generati della persistenza della pesca non autorizzata;

stabilisce delle procedure per garantire la conformità ai suoi articoli, compreso il diritto di salire a bordo ed ispezionare navi appartenenti a nazioni straniere;

prescrive opzioni per la soluzione pacifica, obbligatoria e vincolante delle dispute fra gli Stati.



Conservazione e Misure Gestionali:


Un Ruolo Chiave per le Organizzazioni Regionali

La responsabilità di regolare e far rispettare pratiche di pesca sostenibili ricade sulle organizzazioni regionali per la pesca, che debbono inoltre raccogliere, riferire, verificare e scambiare dati sul pescato. Le quote spettanti agli Stati che pescano in alto mare verranno allocate in base ad un esame periodico sullo stato delle popolazioni ittiche.

L'Accordo punta a rendere più trasparente l'industria della pesca. I pescatori, infatti, sono obbligati a riferire alla FAO ed alle organizzazioni regionali per la pesca, tramite i propri Governi, le dimensioni della loro pesca e la quantità di pesce che scartano. La volontaria presentazione di rapporti non veritieri, che si ritiene essere una pratica diffusa, verrà verificata dagli altri Stati, ai quali viene riconosciuto il diritto di salire a bordo e di ispezionare i pescherecci per garantire il rispetto degli accordi regionali.

Dal momento che per molte popolazioni ittiche non esistono dati, oppure si tratta di informazioni inaffidabili, l'Accordo chiede ai Governi di usare "principi precauzionali" nel progettare i regimi conservativi. Le organizzazioni regionali hanno il diritto di imporre quote o restrizioni sulla pesca nel caso in cui abbiano il sospetto che una popolazione sia a rischio di uno sfruttamento totale. Il principio precauzionale, che obbliga i Governi ad agire in maniera conservativa nel caso in cui vi sia motivo di sospettare che si stia causando un grave danno all'ambiente, è alla base di tutti gli accordi dell'Earth Summit.

Solo gli Stati che hanno accettato di aderire alle misure conservative e gestionali adottate dalle organizzazioni regionali avranno accesso ai territori di pesca gestiti da quelle organizzazioni, ma le navi di tutti gli Stati sono soggetti al rispetto degli Accordi, che lo abbiano sottoscritto o meno.
Secondo la legislazione internazionale, una nazione che non abbia ratificato un accordo internazionale non può essere costretta a rispettarne i regolamenti. Tuttavia, l'Accordo trasferisce alle organizzazioni regionali la responsabilità di regolare e far entrare in vigore pratiche sostenibili per la pesca; e le organizzazioni regionali possono intraprendere iniziative nei confronti di qualunque barca che violi il regime di salvaguardia concordato.

 

 

Meccanismi per il Rispetto dell'Accordo

Qualunque Stato che faccia parte di un'organizzazione regionale per le zone pescose può far rispettare i termini dell'Accordo ad un qualunque altro Stato che desideri pescare in quell'area. Nelle zone in cui non esistono organizzazioni regionali, è previsto che gli Stati preoccupati per il declino delle popolazioni ittiche organizzino proprie istituzioni. Viene lasciato alle organizzazioni di decidere quali Stati possiedano i requisiti per aderire alle organizzazioni regionali.
L'Accordo apre una nuova strada nella legislazione internazionale. La maggior parte delle leggi sul diritto del mare sono fatte rispettare dagli stati che registrano le navi - lo "Stato di cui si batte bandiera".
L'Accordo si rivolge a quei casi in cui le navi in alto mare sono troppo distanti dallo Stato in cui sono registrate per essere controllate adeguatamente, o in cui lo Stato di cui battono bandiera non vuole o non è in grado di controllare le proprie imbarcazioni. L'Accordo dà il diritto a qualunque nazione che faccia parte di un'organizzazione regionale per la pesca, di abbordare ed ispezionare barche di qualunque altro Stato che stiano pescando nell'area, al fine di garantire che le quote regionali e le misure per la conservazione delle specie vengano rispettate.

Laddove esistano ragionevoli motivi per ritenere che una nave da pesca stia violando le regole protettive, lo Stato che ha effettuato l'ispezione può notificarlo allo Stato di cui la nave batte la bandiera. Se quest'ultimo non risponde entro tre giorni lavorativi - periodo durante il quale agli ispettori è permesso di rimanere a bordo - lo Stato che effettua l'ispezione può sequestrare la nave per condurla nel porto più vicino, ove assumere ulteriori iniziative. Se lo Stato che ha registrato la nave sotto sequestro ritiene che le misure adottate siano state prese ingiustificatamente, può iniziare delle procedure per la risoluzione della vertenza, secondo quanto previsto dall'Accordo.

 

 

Le Procedure per le Controversie

L'Accordo richiede che la risoluzione obbligatoria e legalmente vincolante delle controversie per la pesca in alto mare venga effettuata da una terza parte. Gli Stati possono scegliere fra le varie opzioni previste dalla Legge del Mare, che comprende l'appello al Tribunale Internazionale sulla Legge del Mare, alla Corte Internazionale di Giustizia o ad un tribunale istituito ad hoc per arbitrare vertenze particolari.

Nel corso delle trattative, il diritto di abbordare ed ispezionare le navi da pesca che si trovano in acque internazionali è stato oggetto di numerose controversie. Gli Stati in acque distanti, compresi membri dell'Unione Europea, giudicavano che la questione dovesse essere determinata dalle organizzazioni regionali per la pesca.

Gli Stati costieri affermavano invece che il diritto di abbordare ed ispezionare doveva essere incluso nell'accordo internazionale, dal momento che è essenziale per garantire il rispetto delle misure per la salvaguardia delle specie ittiche.

L'UE ha espresso il timore che la pratica potesse condurre alla vessazione ed all'uso della forza in alto mare. Essa ha affermato che avrebbe cercato di ottenere clausole più precise da parte delle organizzazioni regionali per la pesca.

  

Questioni Non Adeguatamente Trattate nell'Accordo

Sussidi governativi.

Nei negoziati, numerosi Governi hanno sostenuto che lo stabilire delle quote per la pesca avrebbe condotto alla diminuzione del numero di barche impiegate dall'industria ittica. Organizzazioni non governative (ONG) quali Greenpeace, il Consiglio per la Difesa delle Risorse Nazionali ed il Fondo Mondiale per la Natura (WWF), hanno affermato che mentre l'Accordo rappresenta uno strumento significativo per garantire la sopravvivenza delle aree più pescose del pianeta, per quanto riguarda la necessità di ridurre le capacità delle flotte esso ottiene solo bugie. Queste stesse ONG hanno richiesto misure che incoraggino attivamente il disarmo delle imbarcazioni, quali ad esempio piani per il riacquisto e l'eliminazione dei sussidi statali che coprono le perdite dell'industria ittica. In tutto il mondo, i sussidi governativi assommano attualmente a circa 54 miliardi di dollari all'anno.


Attrezzature non selettive.

L'Accordo invita gli Stati ad usare attrezzature selettive, sicure dal punto di vista ambientale. Alla chiusura dei negoziati, le ONG hanno espresso il proprio disappunto per il fatto che né gli Stati costieri, né quelli in acque distanti abbiano sostenuto la messa al bando delle attrezzature non selettive. Essi hanno affermato che metodi di pesca più selettivi potrebbero diminuire di circa il 60 per cento entro l'anno 2000 il totale delle catture secondarie (o degli scarti) ed aiutare a salvaguardare pesci ed altre forme di vita marina. Gli equipaggiamenti non selettivi più noti comprendono reti larghe a sufficienza per avviluppare dodici aerei 747 e capaci di catturare sino a 200.000 libbre di pesce (una libbra equivale a 453 grammi) per ciascuna gettata; e lenze lunghe fino ad 80 miglia che portano circa 3.000 ami. Oltre ai pesci che si vuole pescare, queste lunghe lenze catturano ed annegano anche decine di grandi uccelli marini, quali albatros e procellarie, che vengono prima attratti dagli ami innescati e poi trascinati sott'acqua dalle lenze appesantite.

  

Progressi nell'Attuazione

Ad un anno dalla firma dell'Accordo, ben poco è stato fatto per attuare quanto viene da esso previsto. Nel Dicembre 1996, in un Rapporto all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la FAO ed il WWF identificavano i motivi che avevano causato la lentezza dei progressi e facevano risuonare un nuovo allarme per lo stato della pesca nel mondo.

Secondo la FAO, i livelli della popolazione ittica non sono migliorati dall'inizio degli anni '90. Numerose popolazioni con valore commerciale sono ancora oggetto di una pesca intensiva e scarsamente regolata, mentre altre specie continuano ad essere pescate indiscriminatamente.
Fra i problemi ci sono i seguenti:

sono stati istituiti solo pochi tra i nuovi meccanismi regionali necessari ad attuare l'Accordo.

nuovi ordinamenti (disposizioni) per la gestione delle aree pescose sono necessari per quelle aree in cui esistono delle organizzazioni regionali, come la Commissione Internazionale per il Sud-est Atlantico e la Commissione Consultiva Regionale per le Zone pescose dell'Atlantico del Sud-ovest, che sono inattive.

alcune organizzazioni regionali non hanno un mandato per attuare l'Accordo.

alcuni trattati regionali non sono ancora entrati in vigore, compreso l'Accordo dell'Oceano Pacifico Orientale per la Pesca del Tonno, sottoscritto nel 1983, e l'Organizzazione per la Pesca del Tonno nel Pacifico Orientale, ratificato nel 1989.

alcuni accordi, come i due che regolano la pesca al tonno nell'Oceano Indiano, pur essendo entrati in vigore, non sono ancora operativi.

alcune organizzazioni, come la Commissione Permanente per il Pacifico Meridionale, hanno poteri gestionali limitati; altri, quali il Comitato per le Aree Pescose dell'Atlantico Centrale ed Orientale, sono soltanto degli organismi consultivi.

Fra gli Stati che non hanno sottoscritto l'Accordo ci sono alcune delle nazioni che gestiscono alcune fra le principali industrie ittiche mondiali; tra di esse vi sono Cile, Messico, Perù, Polonia, Tailandia e Vietnam. Il WWF fa inoltre rilevare come numerosi Stati che hanno giocato un ruolo chiave nelle trattative non abbiano ancora ratificato l'Accordo e che alcuni Paesi, come l'Argentina, stanno attualmente sostenendo che l'Accordo non si applica alle loro organizzazioni regionali. Il WWF asserisce che le Nazioni Unite dovrebbero, in via prioritaria, creare un meccanismo che garantisca l'attuazione dell'Accordo da parte delle organizzazioni regionali.